Nei quattro decenni in cui ho lavorato in Sovrintendenza non si navigava nell'oro, eppure i siti erano aperti e non erano coperti da erbacce. Bisogna curare il patrimonio senza soluzione cervellotiche, ma come una casa, evitando che si accumuli la polvere. Molti beni rischiano danni irreversibili Siracusa. «Se il patrimonio culturale non è valorizzato come dovrebbe, la colpa non è della carenza di risorse ma di chi le amministra». È un commento amaro quello di Giuseppe Voza, soprintendente emerito di Siracusa e archeologo di lungo corso che ai beni culturali della provincia aretusea ha dedicato 40 anni della sua vita. Gli stessi beni culturali che sono oggi in pericolo, come Voza ammette. «Non passa giorno che non si parli dello stato di degrado in cui versa il patrimonio culturale - dice - e non solo della Sicilia, ma di tutto il Paese. Eppure, parliamo di un patrimonio che per legge le istituzioni devono difendere. Ma allora cosa sta succedendo? Io credo che non si debba dare la caccia ai colpevoli ma di spiegare un fenomeno e partire, certo, dalla crisi che rende più acuta la mancanza di risorse: ma non è la carenza di soldi il punto fondamentale». Voza ricorda le lettere di Paolo Orsi e, negli anni '40, le parole di Bernabò Brea che aveva «12 persone e 4 soldi da amministrare» e rammenta anche la sua difficoltà di gestione, nei quattro decenni in cui ha lavorato in soPrintendenza, in cui non si navigava nell'oro. «Eppure i siti erano aperti - dice -. Negli anni '80, per esempio, si poteva passeggiare tra i resti delle case di Megara Hyblaea che oggi sono ricoperti dalle erbacce. La situazione è certo peggiorata dal punto di vista economico e da tutte le parti si lamenta la mancanza delle risorse che, come la stampa rileva ogni giorno, acuisce il triste scenario di monumenti chiusi o in degrado. Basta guardare come non vi sia un solo sito della nostra provincia che si possa proporre come "perfetto" non solo sotto il profilo dello studio e dell'indagine di scavo, ma anche nella sua fruizione e promozione». E tra i tesori a rischio vi sono anche i mosaici della villa del Tellaro a Noto, paragonabile per valore e bellezza a quella di Piazza Armerina. Le preziose tessere musive del IV secolo sono sbiadite a causa di una copertura non idonea a filtrare raggi solari e acqua piovana. Un sito che il professore Voza conosce molto bene: fu infatti lui il primo, nel 1971, a precipitarsi nella masseria di contrada Caddeddi dove vennero alla luce i resti di un grande latifondo romano. «Il problema non sono i mosaici - dice - ma l'intera villa del Tellaro a cui ho dedicato 30 anni di studio. Noi non scaviamo per trovare un singolo reperto da mostrare come trofeo, non è questo lo scopo del nostro lavoro». Lo scopo degli archeologi, dei tecnici dei beni culturali è invece quello di restituire una testimonianza della storia di un luogo. Dunque i mosaici, come ogni coccio e singolo reperto rinvenuto durante uno scavo, rappresentano un documento. Sono un segno concreto che racconta la storia della terra. E il concetto fondamentale a difesa di questi beni è quello di esporli senza estrapolarli dal loro contesto. «Abbiamo lavorato decenni per salvare la villa con i suoi mosaici - aggiunge Voza -, per non distruggere le fattorie seicentesca e settecentesca che vi furono costruite sopra nel corso dei secoli e, dunque, per rendere comprensibile il continuum del sito. Non si può fare come nel passato e spostare reperti ma è per salvarli bisogna restaurarli e riportarli nel loro luogo perché solo lì si può leggerli correttamente e comprenderne il contesto, ricostruendo la storia, la società e quindi il territorio». Ma allora cosa fare? «È semplice, lo diceva spesso anche Giarrizzo: assicurare la cultura della manutenzione. Che non è quella episodica e straordinaria, non è quella che si fa con i volontari, con i passanti o con l'aiuto per qualche giorno degli operai della forestale. La manutenzione di un rudere significa la sua cura da parte di persone specializzate che debbono occuparsene a cadenza continua. Questa dev'essere la priorità in termini di gestione. D'altronde, spostare i mosaici costerebbe più che pagare un operaio addetto alla loro quotidiana cura». Lo stesso principio vale dunque per tutti i siti negati, in degrado e in abbandono. «Non credo che non si possano trovare finanziamenti per questa operazione - aggiunge -. So bene come la soPrintendenza sia oggi preoccupata per la mancanza di fondi ma deve impegnarsi per assicurare innanzitutto la manutenzione ordinaria. È questa l'unica strada. Altrimenti la soluzione sarebbe di rimettere sottoterra quello che abbiamo trovato perché trattandolo così lo lasciamo all'incuria e al danno irreversibile». Conservare è più difficile che scoprire, certo. Da «tecnico» come si definisce, Voza suggerisce di riordinare il personale, potenziare le istituzioni, ridistribuire le unità sulla base delle emergenze. E farlo senza perdere tempo perché i siti della provincia di Siracusa, e non soltanto, sono in pericolo. «Sì - dice Giuseppe Voza - Se i nostri siti monumentali e archeologici restano come li vediamo tutti ogni giorni, è certo che alcuni di essi avranno danni irreversibili. Occorrono interventi urgenti e, tuttavia, questi non basteranno. Ripeto: una sola strada è percorribile ed è quella di programmazione di interventi. Un'operazione di continuità e sistematicità che non è troppo pesante. E non aspettiamo fondi europei et similia: è in Sicilia che dobbiamo risolvere i problemi. Il dovere istituzionale di chi gestisce il patrimonio culturale è quello di garantirne la valorizzazione finalizzata alla fruizione». L'uso sociale del patrimonio, dunque, che la legge impone con chiarezza. E ben venga la levata di scudi dei sindaci e gli sforzi della soPrintendenza ma occorre passare ai fatti. «Senza soluzioni cervellotiche - conclude Voza - ma curando il nostro patrimonio come una casa. Tutti i giorni, senza far sì che si accumuli polvere e disordine». 13032014
SICILIA - Il degrado? Colpa di chi amministra Se i nostri "tesori" non sono valorizzati non è conseguenza della carenza delle risorse
Il soprintendente emerito di Siracusa, Giuseppe Voza, lamenta lo stato di degrado del patrimonio culturale della provincia aretusea. Voza sostiene che la mancanza di risorse non è il problema principale, ma piuttosto la gestione inefficiente delle istituzioni che amministrano il patrimonio culturale. Voza ricorda le difficoltà che ha incontrato durante i suoi 40 anni di lavoro in soPrintendenza, come ad esempio la mancanza di fondi per la manutenzione dei siti archeologici. Voza suggerisce di assicurare la cultura della manutenzione, ovvero di garantire che il patrimonio culturale sia curato da persone specializzate a cadenza continua.
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