Sette arresti e 15 indagati per estorsioni sugli appalti. Un «tavolino» decideva ribassi e imprese aggiudicatarie Dal 1999 al 2004 non c'era appalto pubblico a Caltanissetta che non fosse controllato (direttamente o indirettamente) dalla mafia. Venivano preventivamente concordati i ribassi da indicare nelle buste da presentare alle commissioni che espletavano le gare di appalto, ma venivano anche «imposti» mezzi e materiali. Nel primo caso la «parcella» da pagare era pari al 2 per cento della somma destinata alla realizzazione dell'opera, somma che finiva nelle tasche dei vertici nisseni di Cosa Nostra. Insomma l'economia cittadina era sotto stretto controllo delle organizzazioni mafiose e tutto avveniva con il tacito assenso delle imprese che dovevano poi pagare il «pizzo» pur di lavorare. A questo «sistema» operativo, negli anni passati, la Squadra Mobile nissena aveva dato già pesanti «spallate», con le operazioni «Bobcat-Itaca», «Incipit-Excipit» e «Redde Rationem». Ora ritiene di avere chiuso definitivamente il conto con l'operazione «Colpo di grazia» messa in atto all'alba di ieri e nel corso della quale i poliziotti della Sezione Criminalità Organizzata hanno eseguito sette provvedimenti di custodia cautelare in carcere emessi dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta Marcello Testaquatra su richiesta della Dda nissena. Complessivamente, le persone coinvolte in questa indagine sono 15 ma - come detto - solo per 7 di essi è scattato l'arresto (4 erano già in carcere, 3 ancora in libertà). Destinatari dell'ordinanza sono Angelo Palermo (57 anni, nato e residente a Caltanissetta in via Palermo, attualmente detenuto, ritenuto il capo di Cosa Nostra a Caltanissetta), Antonino Bracco (66 anni nato e residente a Caltanissetta in contrada Grotticelli, attualmente detenuto); Giuseppe Rabbita (44 anni, nato a residente a Caltanissetta in via Cassetti, attualmente detenuto), Armando Giuseppe D'Arma (59 anni, nato a residente a Gela in via Castellussio, attualmente detenuto), Giovanni Privitera (57 anni, nato a Santa Caterina Villarmosa e residente a Vallelunga in via Nasi), Salvatore Dario Di Francesco (54 anni, nato a San Cataldo e residente a Serradifalco in corso Garibaldi), Antonio Giovanni Maranto (50 anni, nato e residente a Polizzi Generosa in via Amari). Tutti gli indagati, tra cui figurano esponenti di spicco della famiglia mafiosa di Cosa Nostra nissena e dei mandamenti di Gela e di Vallelunga, devono rispondere di estorsione aggravata dall'art. 7 L. 20391 (e cioè avere favorito e rafforzato l'organizzazione mafiosa) in relazione ad appalti aggiudicati a Caltanissetta e provincia dal 1999 al 2004, gran parte dei quali banditi dal Consorzio Asidi Caltanissetta. Le indagini hanno consentito di delineare l'esistenza di una stabile ed articolata struttura mafiosa operante nella provincia di Caltanissetta e riconducibile a Cosa Nostra, gli assetti organizzativi, i legami operativi e gli interessi nei vari settori di operatività di questa famiglia mafiosa, i significativi collegamenti tra la associazione mafiosa locale e le parallele strutture operanti nella provincia nissena e in altre province siciliane, facendo risaltare lo spessore criminale di alcuni appartenenti alla «famiglia». Relativamente al periodo 1999-2004, gli investigatori hanno riscontrato un deciso «salto di qualità» del sodalizio di Caltanissetta, che aveva tratto le proprie forme di sostentamento non più attraverso la sola imposizione del «pizzo», ma anche e soprattutto attraverso un controllo capillare dei lavori pubblici e privati eseguiti nel capoluogo, mediante l'individuazione di ditte appartenenti a sodali o a soggetti compiacenti da imporre agli operatori economici che si trovavano ad operare sul territorio. In particolare, secondo il racconto dei collaboratori di giustizia e le risultanze delle investigazioni, sono state ricostruite le modalità attraverso cui venivano aggiudicati gli appalti banditi dal Consorzio Asi e da altri Enti per la città di Caltanissetta, che passavano essenzialmente per le mani di Dario Di Francesco, impiegato Asi, già arrestato nel 2003 nell'ambito dell'operazione «Bobcat-Itaca», compare di Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco. La Squadra Mobile è convinta che i 7 arrestati di questa operazione, appartenenti alla famiglia mafiosa di Caltanissetta e ai suoi mandamenti, hanno «gestito mafiosamente» numerosi appalti, unitamente ad altri sodali poi diventati collaboratori di giustizia. Le estorsioni sulle quali sono emerse le responsabilità dei 7 arrestati riguardano 8 appalti inerenti i lavori per la realizzazione del depuratore all'Asi di Caltanissetta, il completamento della viabilità della zona ovest e della zona nord di contrada Calderaro, la realizzazione del museo ARCHEOLOGICo di Santo Spirito, la realizzazione della chiesa di San Luca, la manutenzione straordinaria per la continuità e la sicurezza del transito mediante la sistemazione di alcuni tratti della Strada provinciale 64 (Serrafichera - Stazione di Vallelunga), il rifacimento della via Filippo Paladini, il rifacimento dell'impianto fognario nel villaggio Santa Barbara. Grazie all'apporto fornito dai collaboratori di giustizia (ed ai successivi riscontri effettuati dalla Squadra Mobile) sono state ricostruite anche vicende che esulano dal contesto capoluogo e che riguardano i lavori di metanizzazione effettuati nei Comuni di Vallelunga, Villalba, Marianopoli e Resuttano. Relativamente a queste opere, gli investigatori sono arrivati alla conclusione (anche sostenuta dalle affermazioni di Antonino Giuffrè) che il «deus ex machina» fosse Giovanni Privitera (uno degli uomini più fidati di Piddu Madonia, boss incontrastato del Vallone) che avrebbe curato personalmente la «messa a posto» per questi lavori dopo aver ottenuto il placet di Giuffrè e di Bernando Provenzano. Per quanto riguarda invece gli appalti che venivano aggiudicati nel capoluogo, in quegli anni tutto sarebbe avvenuto in base a quello che può essere definito «metodo-Dario», nel senso che le imprese che dovevano concorrere all'aggiudicazione di un appalto pubblico venivano preventivamente fatte incontrare da Dario Di Francesco per concordare la quota di ribasso (aggiunta a mano su fogli dattiloscritti) che avrebbe consentito l'aggiudicazione all'impresa designata. In tutto questo scenario, gli investigatori hanno riscontrato «la totale assenza di spontanea collaborazione da parte di vittime di estorsioni che hanno eseguito, nel recente passato, lavori nella città capoluogo». Quasi tutti gli imprenditori lambiti dalle vicende estorsive avrebbero infatti mantenuto un atteggiamento di chiusura, totale o parziale, anche sulle vicende riferite dai collaboratori di giustizia, che sarebbero state, nella loro sostanza, negate o enormemente edulcorate nel loro reale svolgimento. 12032014
SICILIA - Pizzo sul Museo e sulla chiesa San Luca
La Squadra Mobile nissena ha eseguito un'operazione contro la mafia di Caltanissetta, arrestando 7 persone e indagando 15 altri. Gli arrestati sono stati accusati di estorsioni sugli appalti pubblici tra il 1999 e il 2004. La mafia di Caltanissetta era stata attiva in questo periodo, controllando gli appalti e impostando i ribassi per le imprese che dovevano lavorare. I collaboratori di giustizia hanno rivelato che la mafia aveva anche gestito appalti banditi e che alcuni imprenditori avevano pagato il pizzo per lavorare.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo