E' di questi giorni la notizia che il ministro Franceschini avrebbe stanziato più di 100 milioni per interventi di salvataggio di beni archeologici ancora superstiti nel nostro Mezzogiorno (Sicilia compresa). Ma perché gli archeologici, e perché escluderne la Sardegna? Ancora l'effetto annuncio, o l'Italia duale: l'Expo (con quel che l'accompagna) al Nord ed il Sud turistico-culturale? Come al solito, in coerenza con lo spirito delle "lunghe intese", si intravvede metà dello scopo e ci vuol tempo per quel che lo promuove a proposito. Così i magnifici rettori chiedono assegni per i (giovani) ricercatori, rinviando ad altro tempo l'apertura (o riapertura) dei laboratori? Come ignorare la notizia della chiusura della biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa? Ma questo è lo sfondo "politico" dell'oggi, segnato dal movimento accelerato: che tuttavia conosce difficoltà e ritardi. Festina lente è da settimane il motto del Colle, ed è adeguato alle circostanze ed ai suoi giochi. Nel caso dei Beni culturali, la decisione annunciata (in conseguenza dello sbriciolarsi di Pompei e di Volterra) prova a stendere un vecchio tappeto sulla spazzatura da nascondere sotto. Non fosse per la "furbata" apologetica della Corte dei conti, il patrimonio fisico dell'Italia meridionale è stato da Bondi a Franceschini considerato un peso nel momento stesso in cui lo si proclama una opportunità. E' appena il caso di ricordare il ricorso al tesoro "restituito" per bilanciare la fine annunciata di Pompei che trascinò con sé l'altalenante carriera ministeriale di Bondi. Ma sono passate sotto traccia l'irresponsabile scioglimento della Commissione di consulenza nel ministero dei Beni culturali nel momento in cui - nel nome di Galilei - un ministro analfabeta si precipitava a difendere l'inutile (e costosa) commissione Grandi rischi: e in Sicilia c'è voluto Crocetta per "aprire" (dopo decenni) l'aeroporto di Comiso e frenare l'aggancio alla nave della Regione delle tante barchette per dirigente fornite dai sindacati. Fino ad oggi, quel che c'è del turismo ARCHEOLOGICo in Sicilia viene da Malta, e a Malta torna. E la Sicilia "mediterranea" offre, con la competizione tra Carnevali più o meno "storici", i piatti della tradizione (?!?) conditi degli abiti e dei colori delle castellane pseudo-medievali che offrono chiavi di città e di femminili seduzioni. E la stucchevole pubblicità insiste nel presentare questo come cultura mediterranea, come turismo culturale. V'ha chi, intese larghe, strette o lunghe, ha tanto prestigio da ottenere dal simpatico Franceschini il prodigio della lampada di Aladino col sortilegio "egizio" del turismo ARCHEOLOGICo? E nelle more, di interpretare questa beneficiata dei 100 e più milioni spalmati sulle piaghe del povero Mezzogiorno? Già, a proposito del caso Pompei, un autorevole archeologo - insieme discusso e geniale - ha reiterato una corretta diagnosi del degrado e dei crolli: questi non sono conseguenza di climi planetari sconvolti ma di secolare assenza di manutenzione. Buon senso e corretta osservazione rendono ovvia l'indicazione che ogni restauro se restituisce a vita un manufatto, utile eo pregiato, per ciò stesso lo rende più fragile. L'indicazione della terapia è scontata: manutenzione, manutenzione, manutenzione! Straordinaria nei casi in cui eventi catastrofici o usi inappropriati d'un bene ne pregiudicano in modo serio l'esistenza. Manutenzione ordinaria in risposta a una costante attenzione o all'attesa auspicata di impieghi adeguati. E' una lezione che, a fianco di Giancarlo De Carlo, tanti di noi ascoltarono per anni e appresero: e chi ne avesse voglia può rileggerla dalle carte e disegni di quell'opera che il grande urbanistaarchitetto ha voluto facessero parte del patrimonio del parigino Centre Pompidou. Una lezione che vorremmo giovasse oggi a Catania e alla Sicilia, e la cultura siciliana rendesse commestibile ai palati tradizionali della politica, con o senza le intese. 11032014