Il giardino dov'è sepolta Peggy trasformato in quello delle sculture Nasher. La caffetteria ricavata negli spazi antichi. Libricini e perfino magliette in vendita nello shop all'ingresso. Uno scempio, secondo una parte degli eredi di Peggy Guggenheim che hanno aperto l'ennesimo contenzioso legale con la Fondazione. Secondo i nipoti di Peggy, Nicolas e David Helion e Sandro Rumney, l'attuale collezione sarebbe insomma molto (troppo) diversa da quella che avrebbe voluto nonna Peggy. Gli spazi veneziani della Peggy Guggenheim collection non rispetterebbero le condizioni che la famosa collezionista avrebbe messo alla sua donazione, cancellando in questo modo le sue volontà. Qualche esempio? I nipoti sosterrebbero che Peggy fosse contraria ai prestiti delle opere singole o ad ospitare nuove mostre in quegli spazi. Un vincolo non rispettato dalla Fondazione alla quale i nipoti vorrebbero revocare la donazione. Tra le accuse anche quella di «violazione di sepolcro», per aver ospitato nel giardino nel quale riposa Peggy le sculture dei miliardari texani Patsy e Raymond Nasher. «The Nasher sculpture garden» recita infatti una targa all'ingresso del giardino (da molti anni). E in un viaggio a Venezia nel 2013 in occasione della Biennale proprio questo dettaglio ha mandato su tutte le furie i nipoti già protagonisti di una prima battaglia giudiziaria conclusa nel 1994, che ora torneranno in aula contro la Fondazione il 21 maggio. E mentre la querelle passa dalle aule di tribunale ai salotti, riaccendendo il faro sulle gestioni complicate dei lasciti, dalla Fondazione newyorkese arrivano già la replica. «Le rivendicazioni avanzate da alcuni discendenti di Peggy Guggenheim non hanno valore - scrivono dalla Fondazione - sbagliano ad attestare che esistessero condizioni associate alla donazione della collezione alla Fondazione. Come ha stabilito una corte francese in una decisione del 1994, non c'era alcuna condizione. Sotto la guida della Fondazione Solomon Guggenheim, la collezione è cresciuta diventando il più raffinato museo d'arte del ventesimo secolo in America e in Italia è uno dei più visitati. Non solo, ha permesso di riconoscere Peggy Guggenheim come una delle collezioniste e personalità più note del ventesimo secolo». Il dibattito, insomma, è sulla memoria, sulla permanenza. Su quello che i lasciti permettono di far rimanere vivo, a distanza di anni. Ma anche su «come» farlo. «Credo nella memoria, nel mantenerla viva e rispettarla - dice Angela Vettese assessore alla produzione culturale del Comune di Venezia, che di «lasciti» si è occupata in due casi: quello di Villa Panza a Varese e quello di Felicita Bevilacqua La Masa -. Piccoli "tradimenti" possono anche essere necessari nell'adeguamento dei tempi». Alfredo Bianchini, presidente della Fondazione Vedova, aggiunge: «La resa contemporanea di un lascito accade nel dialogo delle opere con quelle di altri autori. Emilio Vedova però non ha posto vincoli, abbiamo potuto dar voce alle sue opere facendole dialogare con quelle di molti altri artisti. Solo così la memoria rimane viva». «Ci sono delle richieste che ad anni di distanza dai lasciti non sono sempre coerenti - dice Vittorio Sgarbi, - Se ci sono condizioni andrebbero però rispettate. Anche se basta aspettare che sia morto l'ultimo erede, così non protesta nessuno. Certo che se l'alternativa è non avere la collezione, bisogna adattarsi alle richieste».