La gallerista: sto trattando con Londra e New York per la mia collezione «Ha ragione, Mimmo ha proprio ragione, ne avevamo parlato qualche giorno fa». Lia Rumma è appena tornata da Milano e, nella sede della sua galleria napoletana di via Vannella Gaetani, legge l'intervista rilasciata ieri da Mimmo Jodice al «Corriere del Mezzogiorno» per i suoi ottant'anni. Il celebre fotografo parla del suo lavoro ma anche della preoccupazione per il destino del suo straordinario archivio: milioni di foto e documenti che non hanno una «casa». E che, seppure la trovassero in qualche edificio prestigioso «sarebbere difficili da gestire in una città come Napoli». Lia Rumma è nella stessa situazione di Jodice: la sua importantissima collezione e il suo archivio dedicato all'Arte Povera e all'evento di Amalfi '68, che diede l'avvio al movimento, non sono fruibili. «Sono amareggiata», spiega, «per tutto quello che si sta perdendo in città. L'archivio Jodice è fondamentale per conservare la memoria di quello che è accaduto a Napoli. È un patrimonio da valorizzare, ma la nostra città ha una lunga storia e una scarsa memoria. Sotto il Vesuvio sono avvenute cose straordinarie negli anni Settanta, Ottanta, e anche Novanta. Con Mimmo e altri protagonisti della scena dell'arte stiamo pensando a un progetto comune che testimoni quegli eventi, una mostra o un catalogo collettivo che restituisca l'atmosfera particolare di quegli anni. Noi ci frequentavamo, andavamo a mangiare insieme, parlavamo... non era commercio ma cultura». Per un certo periodo Lia Rumma accarezzò l'idea di creare una kunsthalle al Mercato Ittico di Cosenza. Un'ipotesi ormai tramontata definitivamente? «È caduta nel dimenticatoio, ne parlai con Nicolini all'epoca del suo assessorato, ma non riuscimmo a farne nulla. Ora la decisione più recente è di mantenere il mercato del pesce in quel bellissimo edificio. E da allora ad oggi il destino della mia collezione si allontana sempre più da Napoli». La Tate ospitò una mostra molto significativa sull'Arte Povera: è lì che vedremo i pezzi di Lia Rumma? «Sono in trattativa con Londra e con New York: oggi musei internazionali riconoscono che quel movimento partì proprio da Amalfi, con la spinta di mio marito Marcello Rumma e di Germano Celant». E Napoli non ha speranze di godere di questo patrimonio? «Non credo proprio, perché naturalmente voglio delle garanzie. E a Napoli chi me le darebbe, dal momento che i musei dopo qualche anno chiudono o quasi?». Ma richieste esplicite ne sono arrivate? «No, in realtà non mi sembra ci sia stato grande interesse, a differenza di quanto accade in prestigiose istituzioni internazionali. Solo ultimamente ho avuto qualche sollecitazione da parte del nuovo direttore del Madre, Andrea Viliani. Ma una cosa è una proposta vaga e una cosa è arrivare determinati e prospettare delle soluzioni concrete. A Napoli comunque c'è troppa incertezza. Per offrire le mie opere o il mio archivio devo sapere che c'è un progetto, che c'è stabilità, che il museo può crescere. Il Madre sarebbe potuto nascere in maniera diversa». E cioè? «Cioè puntando sulle radici di Napoli e Campania. Le decisioni iniziali sono state altre, ma anche negli anni successivi si poteva fare molto». Risale ad anni or sono anche la perdita della collezione Terrae Motus, ora ospitata alla Reggia di Caserta. «Anche quello è stato un delitto: si poteva partire da lì e unire tutto quello che a Napoli si è fatto. Invece abbiamo luoghi senza identità, come il Pan, che secondo me, nel cuore della città borghese, avrebbe dovuto raccogliere l'arte moderna, settore in cui la Campania ha espresso grandi artisti. Un nome per tutti: Emilio Notte. Kiefer dice sempre che Napoli potrebbe essere una città internazionale, ma bisognerebbe raccogliere le forze migliori». Lia, quale augurio rivolge a Mimmo Jodice? «Certamente quello che si realizzi ciò in cui spera. Il suo è un grandissimo e geniale lavoro; dovrebbe essere il resto del mondo a venire qui per ammirarlo e non solo lui a portare le sue foto in giro per il mondo. Ecco, questo è il mio augurio anche per Napoli: che accada di nuovo qualcosa che attiri qui un pubblico internazionale».