Un progetto museale in città non può che partire da Bari e dai suoi artisti di fine '800 Una Pinacoteca appollaiata in cima un palazzo di uffici, un Museo cittadino nascosto nei sottani del borgo antico, è quanto di «bene pubblico» offre di sé Bari al visitatore forestiero. Passeggiando sul lungomare e per le vie del centro, non mancano gli apprezzamenti dei tanti amici di passaggio. Bari è una bella città - senti dire - con quei tagli di luce che ne ridisegnano i volumi in geometrie variabili, secondo le stagioni o le ore del giorno, soprattutto intorno alle grandi scatole di pietra bianca della Basilica di San Nicola e della Cattedrale. Le maglie del tempo con il suo lungo procedere verso la modernità, si sfilano invece nei vuoti di una storia urbana che del Medioevo conserva un afflitto Castello e dell'età moderna il murattiano, compromesso dalle manomissioni architettoniche del '900. Una capitale di regione mancata viene da pensare, proprio quando nel resto della Puglia si avviavano le politiche della rinascita dei beni culturali, a cominciare dai centri storici, i musei, le biblioteche, le chiese, i palazzi, l'archeologia, in una parola da quelle cose d'arte in grado di recuperare una moderna consapevolezza della propria identità, capace a sua volta di trasformarsi in ricchezza culturale da offrire al mondo lungo i percorsi delle nuove economie dei saperi, della conoscenza, dell'estetica. Con terminologie più attuali, fare del proprio patrimonio un grande attrattore culturale proprio lì dove i flussi turistici diventano sempre più consistenti e duraturi. Chi ha seguito da vicino i processi messi in moto dalla Regione nell'ultimo decennio certamente avrà colto il cambiamento radicale operato sulla bellezza di gran parte del territorio con i suoi patrimoni monumentali, paesaggistici, museali, bibliotecari, artistici, musicali, multimediali, attraverso progetti che, grazie anche agli impegni delle amministrazioni locali, grandi e piccole, hanno trovato finanziamenti nelle politiche e nelle procedure europee e statali, messe in moto attraverso gli assessorati regionali dei Beni Culturali e del Mediterraneo. Basti un esempio per tutti: il polo Museale di Barletta con il Museo Civico del Castello e della Pinacoteca De Nittis che hanno visto, in partenariato con l'assessorato al Mediterraneo, la realizzazione di progetti di livello internazionale, in grado di esercitare strumenti di attrazione turistica mai verificatisi in precedenza. Per non parlare delle risultanze di sviluppo alla valorizzazione attraverso i progetti di itinerari in tutte le strade di cultura e ambiente pugliesi messi in moto attraverso le progettazioni finanziate nei SAC. La capitale della Puglia invece è ferma nello sterile dibattito sulla realizzazione di un museo d'arte contemporanea il cui mito di fondazione sembra risalire alle esposizioni di Expo Arte presso la Fiera del Levante o al Maggio di Bari, come se in campo artistico la città e la regione non avessero precedentemente prodotto nulla. E ciò che è ancor più stravagante, anziché programmare un'istituzione museale con le professionalità di impiego pubblico cui affidare la nascita del museo e tutte le attività correlate a studio, ricerca e produzione sulle tematiche dell'arte, continuare - dicevamo -a ipotizzare la nascita di un museo girando intorno, o meglio entrando e uscendo da contenitori architettonici, ex teatri e caserme, tutti da riempire se non di episodiche esposizioni come avviene tuttora nel teatro Margherita. Un fenomeno sintomo della sciatteria e della smemoratezza della propria identità e del ruolo avuto, nella grande stagione dell'arte contemporanea iniziata già nella seconda metà dell'Ottocento e proseguita per tutto il Novecento, da quegli artisti pugliesi che della nostra terra colsero e interpretarono la modernità come semenza dell'esistere e dello stare al mondo, e di cui sembra si sia persa appunto memoria. Riprendere a esempio l'opera artistica del barese Damaso Bianchi che assieme a Enrico Castellaneta e Francesco Romano, diede vita ad un vero e proprio manifesto programmatico in una Puglia dimenticata, se non addirittura sconosciuta nelle sue forti espressività artistiche, ma «che ha colore e plastica, forma e sostanza, tutto ciò che l'artista vuole, tutto ciò che l'artista possa desiderare», ci consentirebbe di stare nell'avventura del ritrovarsi e ritrovarci con i linguaggi, i sogni, le emozioni, i dolori, i sentimenti, le utopie, del cammino di cui siamo oggi artefici. I musei altro non sono che le nostre case che restano vive perché lì si ri-nasce ad ogni generazione, perché lì si addensano atmosfere, sensibilità, soprattutto opere uscite dal pensiero e dai pensieri di quelli che della vita sono in grado di cogliere il senso come in un processo di continua creazione. Ancor più Bari, capitale di regione, ha bisogno di quella grande casa dove, riportando le opere conservate nei depositi della Pinacoteca barese, riscrivere una letteratura dell'arte partendo da sé, con quanti ci hanno accompagnato, ognuno con una propria cifra stilistica, nella civiltà del 1900. Opere che rappresentano una sorta di granaio del più grande granaio del mondo. Un museo dedicato alla contemporneità prima di un qualunque forno - ex teatro o caserma - ha bisogno del luogo e del lievito per impastare e far crescere tutti i pani del mondo. I progetti di quei luoghi, fisici e scientifici, più che sui consiglieri si fondano sulle istituzioni culturali, le grandi assenti nelle funzioni del Comune di Bari.
Bari. L'arte delle radici
Bari, la capitale della Puglia, ha bisogno di un museo d'arte contemporanea per valorizzare il suo patrimonio culturale e offrire un'attrazione turistica. Tuttavia, il progetto è ancora in discussione e non è chiaro chi lo avrà realizzato. La città ha già prodotto artisti importanti come Damaso Bianchi, ma sembra aver dimenticato la sua identità artistica. I progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della città sono stati finanziati dalle politiche europee e statali, ma non sono stati sufficienti per risolvere il problema.
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