Quando nacque il Touring Club Italiano, nel 1894, c'era la monarchia, si comunicava con il telegrafo, ci si spostava con la carrozza a cavalli e se dicevi "Nike" parlavi di una famosa statua greca, non di un marchio di abbigliamento sportivo. Era un altro mondo, eppure i 57 fondatori erano ciclisti e turisti, cioè persone a loro modo proiettate nel futuro, che si servivano di un mezzo come la bicicletta, all'epoca sinonimo di modernità, per girare l'Italia per diletto, attività all'epoca ancora al limite dell'eccentrico (i termini turista e turismo sono stati usati ufficialmente per la prima volta nel 1947 alla Società delle Nazioni, tanto per dire). Oggi che viaggiare è attività globale e si prende l'aereo come fosse un autobus, il Touring Club è più che mai sulla breccia (300 mila gli iscritti e moltissimi i volontari), ma si sta piuttosto ponendo il problema (ineludibile) di adeguare politiche, finalità e strutture a tempi che cambiano a velocità fuori portata di un mezzo a pedali. «Come tutte le associazioni, anche noi abbiamo necessità di cambiare radicalmente, ma senza tradire la nostra identità. L'Italia è la nostra casa e il nostro scopo rimane educare i cittadini al turismo, non gestire fette di potere nel settore dice Franco Iseppi, presidente del Touring . Siamo perfino percepiti come una vera e propria istituzione, forse perché abbiamo svolto bene il nostro lavoro, ma siamo un'associazione privata che intende rimanere tale, per dimostrare che anche i privati possono svolgere una funzione pubblica: la nostra è quella di essere un civil servant per istituzioni e viaggiatori grazie alla nostra secolare esperienza e al nostro patrimonio di conoscenze. Non appena possibile vorremmo rendere disponibile il nostro archivio su tutte le piattaforme tecnologiche e motivare i nostri soci affinché diventino sempre più una community, la più grande comunità di viaggiatori in Italia».