La diagnosi di Koolhaas: una disciplina in condizioni non buone Proporre una mostra intitolata Fundamentals che vuol dire fondamenti, ma anche fondazioni, ma anche fondamentali in una stagione di assenza del fondamento e di grande disorientamento è la scommessa lanciata dall'architetto Rem Koolhaas per la Biennale di Architettura, che si aprirà il 7 giugno a Venezia. Una rassegna particolare, questa 14 edizione, per il numero record di Paesi partecipanti (65, prima erano 55, ci sono anche Kenya, Mozambico, Emirati Arabi, Nuova Zelanda), perché resterà aperta quasi sei mesi anziché tre (fino al 23 novembre) e perché i Padiglioni nazionali non presentano esposizioni autonome ma hanno svolto un compito assegnato loro dal curatore: hanno dovuto rispondere al tema Absorbing Modernity 1914-2014 , ovvero mostrare quali sono state le trasformazioni architettoniche nei loro Paesi nel secolo dei grandi conflitti «per il quale non dobbiamo sentire rimpianti» (Koolhaas). «Ho preso questa via afferma l'architetto-guru che balzò all'attenzione nel 1978 con il libro Delirious New York (manifesto dell'antipianificazione e della indifferenza al contesto urbano) perché le precedenti Biennali hanno mostrato uno stato dell'architettura in non buone condizioni». Le sei Biennali del nuovo Millennio sono state tutte curate da archistar del globalismo radical chic dai nomi quasi impronunciabili (Dejan Sudjic, Kurt Foster, Richard Burdett, Aaron Betsky, Kazuro Sejima e David Chipperfield), proprio come Koolhaas. Il quale riparte dal tema della Biennale di Portoghesi del 1980 (La presenza del passato , alla quale aveva partecipato) chiedendo ai curatori dei padiglioni nazionali che fine abbiano fatto le architetture dei loro Paesi. L'esito della ricerca, che Koolhaas anticipa, «è che c'è stata una perdita e un susseguirsi di cancellazioni e che l'architettura non è più un fatto occidentale». Tutti possono costruire dovunque (giapponesi alla Mecca o al Polo nord) e ovunque si costruisce in una sorta di neo International-style (quello dei grattacieli in ferro e vetro con elementi iconici di riconoscimento) «partendo anche da condizioni storiche e sociali molto diverse». La postmodernità del capitalismo avanzato è dunque finita in un imbuto, anche se «sopravvivono elementi di stili nazionali in forme meno visibili». Koolhaas non offre una valutazione su questo esito della ricerca. Contiamo che si esprima a Biennale aperta (sono previsti moltissimi incontri), poiché sarebbe interessante conoscere il parere dello schivo Premio Pritzker 2000 che ha realizzato architetture e boutique in tutto il mondo sul tema analizzato: difendere oggi le identità nazionali è Regionalismo retrò oppure una declinazione del globale nel locale? La risposta è resa ancor più interessante dal fatto che Koolhaas sta trasformando il Fondaco dei Tedeschi sul Canal Grande in un uno shopping mall con tanto di scale mobili e altre tipologie da non-luoghi. Anche qui: cancellare per affermare un nostro segno contemporaneo o attestarsi alla imbalsamazione della grande reliquia? Questo accenno alle tipologie ci porta alla seconda sezione dell'esposizione. Si intitola Elements of Architecture ed è al Padiglione centrale ai Giardini. Qui, con disciplina da entomologo, Koolhaas espone cent'anni di porte, balconi e finestre, caloriferi di tutti i tipi, non per creare un abaco bensì un'enciclopedia dei tipi, che vengono pure raccolti in un volumone manualistico intitolato Gli elementi dell'architettura (curato con studenti di Harvard). Non si tratta, però, solo di analisi strutturalista delle forme. «Pensiamo ai balconi, che importanza hanno avuto nella costruzione di consenso dei dittatori. E pensiamo alle porte elettroniche dentro le quali transitiamo: raccolgono elementi su di noi che finiranno nei Big Data». Anche qui l'analisi mostra come ogni tipologia locale sia stata progressivamente «sacrificata sull'altare della modernità». Anche in questa sezione Koolhaas non intende indirizzare verso qualcosa, ma presentare tutto come un accadimento, quasi un destino. Semmai prende le distanze da tutto: dalla modernità delle orrende periferie, dalle villette a schiera e sembrerebbe dalle nazioni come identità superate La terza sezione della rassegna sarà Monditalia all'Arsenale. Qui, con le pareti coperte da un'enorme Tavola Peutingeriana le sezioni Teatro, Danza, Cinema e Musica della Biennale realizzeranno per sei mesi delle performance sul tema della Biennale. Segno che l'architettura sta diventando performance? Forse questo potrebbe essere un indiretto suggerimento di indirizzo per l'architettura futura, quella che deve nascere anche «dai desideri degli individui ha sottolineato il presidente della Biennale, Paolo Baratta e da una società che sa cosa chiedere agli architetti. Oggi arte e architettura contemporanee sono preda del mercato e di un certo conformismo: bisogna ricostruire il loro rapporto con la società non solo in termini finanziari e tecnologici». La 14 rassegna ha dunque l'ambizione di porre un mattone di «ricominciamento» dell'architettura lasciando aperte le possibilità per qualsiasi tipo di dimensione futura, sia essa S, M, L, XL (Small, Medium, Large o Extra large) come dal titolo di un celebre libro del 1995 nel quale Koolhaas prendeva ogni distanza possibile dal vitruvianesimo e da ogni idea di tradizione.