Caro direttore, dopo il silenzio del discorso di insediamento, la prima uscita del presidente del Consiglio Matteo Renzi sul Mezzogiorno e sul patrimonio culturale è assai deludente. Di fronte alle notizie dei ripetuti crolli avvenuti a Pompei negli ultimi giorni, egli ha dichiarato: «L'Italia è il paese della cultura e allora sfido gli imprenditori: che state aspettando?». Non è una novità. Quando era sindaco di Firenze, Renzi sfidava sistematicamente lo Stato a fare il proprio dovere in fatto di tutela del patrimonio. Ora che lo Stato è lui, sfida gli imprenditori. Fosse il presidente di Confindustria, ce l'avrebbe con gli enti locali. Nell'Italia di Grillo questa è una retorica vincente, ma qualcuno dovrebbe spiegare a Renzi che ora deve sceglierne un'altra. Ora da lui non ci aspettiamo sfide: ci aspettiamo fatti. Per Pompei ci sono 105 milioni di euro a disposizione. In due anni, il Ministero per i Beni culturali è riuscito a spenderne solo 558.000, e ci sono 55,4 milioni di euro sono ancora da bandire, contro soli 18,7 già banditi; 55 interventi da realizzare contro 5 cantieri aperti, e 9 progetti aggiudicati. Dunque, la sfida Renzi la deve lanciare al suo ministro Dario Franceschini, non agli imprenditori. Nello stesso intervento, Renzi ha dichiarato che «non è accettabile che (...) pur sapendo esserci interessi di privati che potrebbero investire o attraverso la sponsorizzazione o la gestione e avere un rifiuto ideologico, come se il servizio pubblico della fruizione del bene culturale si garantisse attraverso la gestione pubblica». Qui c'è un po' di confusione. Un conto è il mecenatismo: come quello della Fondazione Packard a Ercolano. Un esempio virtuoso che andrebbe incentivato con la defiscalizzazione e con una legislazione apposita, sul modello di quella francese. Altro conto è la sponsorizzazione, come quella di Della Valle al Colosseo, per la quale il quadro normativo è poco chiaro e sono alti i rischi di privatizzare il valore civile del patrimonio, per di più in cambio di un piatto di lenticchie. Una terza cosa ancora è la gestione in concessione: che è problematica perché non permette al patrimonio di generare conoscenza attraverso la ricerca (come vuole l'articolo 9 della Costituzione), e crea reddito privato consumando un bene pubblico ed è comunque impensabile per un luogo strategico come Pompei. In ogni caso, solo uno Stato forte e capace di fare tutta la sua parte può aprire un vero dialogo con i privati: e invece la nostra spesa per il patrimonio è la metà di quella europea, l'età media nelle soprintendenze tocca i 60 anni, la dirigenza centrale del Mibact è del tutto inadeguata. Una volta che avrà rimediato a tutto questo, il presidente del Consiglio potrà lanciare tutte le sfide che vorrà: ma fatte ora, esse rischiano di essere solo l'anticamera del più classico scaricabarile.
Lo scaricabarile di Renzi su Pompei
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato che l'Italia è il paese della cultura e ha sfidato gli imprenditori a fare il proprio dovere. Ha fatto questo dopo i crolli avvenuti a Pompei negli ultimi giorni. Renzi ha anche affermato che non è accettabile che privati investano nel patrimonio culturale senza un rifiuto ideologico. Ha menzionato la necessità di un dialogo con i privati, ma ha anche criticato la spesa per il patrimonio, che è la metà di quella europea. Renzi ha anche criticato la gestione del patrimonio, che non permette di generare conoscenza attraverso la ricerca e crea reddito privato consumando un bene pubblico.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo