Può l'industria, uccidere l'arte? Nel 1963 lo storico Edgard Wind pubblicò un libro intitolato Arte e anarchia nel quale, riprendendo la tesi di Martin Lutero di arte come «liberissima servitù», sosteneva che l'artista deve agire all'interno della società cercando di metterne in crisi il sistema. Ma se il sistema è più forte dell'artista? «Se il sistema è più forte succede quando sta accadendo oggi nel design, dove l'industria sta uccidendo il design, dove non si disegnano più oggetti da sogno, ma prodotti da vendere. E questo sta cambiando l'atteggiamento culturale della professione», afferma Ettore Sottsass, ottuagenario maestro del made in Italy. «L'industria preme per produrre e per vendere. Oggi c'è un'accelerazione industriale, finanziaria e di comunicazione che il mondo del design non aveva mai conosciuto. Un tempo si pensava a creare oggetti che migliorassero la vita e la società e si progettava un oggetto come un poeta scriveva una poesia. Oggi si lavora con gli uffici marketing e si pensa a lanciarli con eventi e pubblicità. Ma tutto questo fa bene all'industria, non alla creatività» conclude Sottsass, anche pensando alla fioritura di feste e presentazioni legate alla settimana del design che ha preso avvio ieri a Milano. Chi la pensa come lui? Altri «vecchi» maestri. «I creativi ci sono, ma l'industria dorme, ha perso la curiosità, e così le progettazioni si inaridiscono» afferma nel suo italo-americano Gaetano Pesce, maestro del «pezzo unico d'autore» (una sua mostra, «Il rumore del tempo», è in corso alla Triennale). «La colpa è degli industriali, che hanno una visione lucrativa e dibanalizzazione del design, perché producono solo quello che immediatamente richiede la massa. Così si è perso il senso della sfida e si è rotto il rapporto tra il creativo e l'industriale. Si è rotto perché gli industriali pensano solo al marketing e non hanno più passione. Non ci si rende conto che le industrie sono capitali culturali che vivono di creatività e non di finanza o sindacato». Di ritorno da Londra, dove ancora insegna, un altro «vecchio maestro» come Vico Magistretti cerca di smorzare i toni del j'accuse: «È sempre stata la produzione a fare grande il design: il prodigio del made in Italy è nato da questo. Ai nostri tempi i mobilieri hanno smesso di produrre sedie in stile Settecento francese e hanno fatto le nostre. È giusto lavorare all'interno del sistema, ma è vero che si va perdendo entusiasmo. Sottsass ha delle ragioni, tuttavia esistono ancora industrie che puntano sulla creatività». Gli industriali del sistema design rispondono con i dati del Salone del Mobile: 2.128 espositori, oltre 510 giovani e 22 scuole per un totale di 2.660 presenze di cui 711 straniere da 49 Paesi. Circa 200 mila i visitatori attesi. Senza contare le esposizioni negli atelier: un fenomeno culturale e sociale insieme. «Con l'industria si può e si deve lavorare e la creatività è l'arma necessaria per battere la concorrenza di chi copia, come la Cina», afferma Rosario Messina, presidente della Federlegno-Arredo (l'associazione di categoria che raccoglie le industrie del settore). Ma anche i più «giovani» designer rifiutano la tesi di Sottsass sulla base di una diversa concezione dell'arte. All'idealismo di Sottsass di arte come individuale «espressione sensibile di un'idea» oppongono quella cara ai primi sistemi rinascimentali, secondo i quali l'arte era un fare, qualcosa di analogo ad altri mestieri. Il designer Piero Lissoni replica con ironia: «Sì, sono un volgare mercenario asservito all'apparato industriale: e allora? Ma Sottsass non ha forse progettato la macchina di scrivere Valentine per una azienda come l'Olivetti? Rispetto le sue posizioni, ma sono indifendibili. Uno può fare il libero pensatore in solitudine, ma poi deve comunque fare i conti con un'azienda. Meglio farli subito e fare cultura artistica insieme agli uffici marketing. Ci stiamo giocando l'anima? Inutile girare su se stessi! In Sottsass c'è insistenza sul dato morale; noi accettiamo le regole finanziare e industriali che hanno tutte le professioni». Aggiunge il designer inglese James Irvine: «In realtà molte industrie italiane chiamano designer stranieri proprio perché gli italiani sono i più bravi produttori del mondo». Ron Arad. il cui design sinuoso progettato per molte ditte italiane è esposto da tempo al Victoria and Albert Museum di Londra, pensa che con «l'industria bisogna comunque fare i conti. Senza industria non è facile creare design, ma è vero che, negli ultimi anni, si sperimenta un po' meno». Il pensiero dei vecchi maestri, fondato su un'idea di arte come crociana «intuizione creativa» va dunque messo in soffitta? Forse è la metafora di Philippe Stark. che lavora con industrie a forte contenuto innovativo, riassume il legame ideale da ritrovare: quello della coppia perfetta. «Il rapporto tra azienda e designer deve essere un rapporto d'amore. Fare un prodotto è come fare un bambino, non lo si fa da soli, e tra i due membri della coppia ci vuole reciproco rispetto; bisogna saper giocare e divertirsi insieme. Se si pensa solo alla vendita non nasce nulla di successo; ma se si fa un bambino lo si fa per farlo entrare nella società».