Nel 1976 al suo esordio, Expo Arte non era stata concepita solo come un luogo di incontro della produzione artistica con gli operatori economici e culturali del paese, ma piuttosto come un centro di smistamento di iniziative e proposte per tutto il Mediterraneo. Non era un'ambizione peregrina quella di farne una specie di hub, si direbbe oggi, un grande collettore culturale, considerato che Bari aveva iniziato a contabilizzare una serie di esperienze di levatura internazionale. A cominciare dal Maggio di Bari, interrotto nel 1966, con cui aveva messo in luce una certa permeabilità del mercato cittadino nei confronti delle nuove tendenze artistiche. Sebbene si potesse contare su un ristretto target, Expo Arte punta ad uno sfruttamento imprenditoriale di tale potenzialità, varando una mostra-mercato caratterizzata da due peculiarità. La prima con finalità squisitamente commerciali e la seconda legata alla riflessione sul contemporaneo, attraverso rassegne collaterali per preparare il mercato aiutandolo con un'informazione qualificante. Sullo sfondo di questi presupposti che la tengono culturalmente in vita fino ai primi anni Ottanta, ossia fino al tracollo dovuto ad un cambiamento radicale di impostazione metodologica, Expo Arte matura la sua cospicua collezione, oggi bisognosa di un adeguato spazio espositivo che ne valorizzi la portata e ne assicuri la corretta fruizione museale. Si tratta dunque di un patrimonio, ora distribuito negli uffici e in alcuni padiglioni della Fiera del Levante, da offrire alla collettività sia per l' indubbio valore ma soprattutto quale testimonianza di una felice stagione, sostanzialmente ancorata a politiche culturali lungimiranti e costruite all'insegna di una contaminazione convincente tra le ragione del mercato e quelle dei consumi culturali. Il tesoretto da restaurare e da ricollocare in un congruo percorso espositivo, è di circa 250 opere, alcune, di famosi artisti locali come i fratelli Francesco e Raffaele Spizzico, acquistate negli anni Cinquanta, vedi, la grande tela del 1956 commissionata per il Palazzo del Mezzogiorno. Ad esse si affiancano significative firme del sistema dell'arte nazionale e internazionale. Per esempio una serigrafia di Andy Warhol della celeberrima serie delle «Sedie elettriche» (1979), associabili a edizioni in cui era possibile godere di iniziative focalizzate sui nuovi linguaggi firmate da critici come Germano Celant (Off- Media del 1977), o da Guido Ballo (Momento speculare del 1976) o promosse dall'Ambasciata americana con un parterre composto da Rauschenberg, Twombly, Tuttle, solo per fare qualche nome. O ancora, quando si allestivano mostre inchiesta sull'arte italiana, come «Ipotesi 80» coordinata nel 1977 da Pietro Marino e curata, tra gli altri, da Renato Barilli, Bonito Oliva, Filiberto Menna, Lea Vergine. Sul fronte fieristico solo alcune delle gallerie partecipanti, accreditate grazie alla selezione fornita da un team di esperti, erano in grado di fornire una produzione di qualità accanto ad un'offerta, nei restanti stand, che invece complessivamente mostrava un livello discontinuo. Va da sé che, proprio da quelle gallerie, connotate da una densità sperimentale, provengano anche i lavori degli italiani Jannis Kounellis, Alighiero Boetti, Mimmo Paladino, Toti Scialoja e ancora Enrico Baj, Eugenio Miccini, Giulio Turcato, Emilio Scanavino, Luigi Veronesi, Lucio Del Pezzo, Mimmo Germanà, Marco Gastini, Achille Pace. Nell'elenco non mancano anche firme storiche dell'arte locale, oltre agli Spizzico, a Guido Prayer, a Mimmo Conenna, a Lino Sivilli e a Michele Zaza, testimonianze di un alternarsi di proposte che, nel corso degli anni hanno sempre strizzato l'occhio al territorio, nel bene e nel male. E gli effetti ci sono stati, almeno all'inizio, con una proliferazione di gallerie locali e con una considerevole ,circolazione extra regionale dei pugliesi. A partire dagli anni Ottanta, in coincidenza con un cambiamento di rotta, votato ad disimpegno culturale, a scelte di più facile consumo e ad un ecumenico reclutamento delle gallerie partecipanti, non a caso si bloccano anche gli acquisti da parte dell'ente fiera. Le opere dunque, parlano di un periodo preciso quello in cui, tra luci ed ombre, tra polemiche mai sopite, Expo Arte era comunque la seconda grande Fiera italiana, dopo Bologna e pertanto in Puglia soffiavano i venti del contemporaneo. E allora la chiamata alle armi per reclutare mecenati disposti a sostenere il recupero e la musealizazione di queste opere, va incentivata. L'effetto auspicabile è quello di ricucire un pezzo della cultura locale, dei suoi tentativi di affrancarsi da una pesante marginalità, di spogliarsi di un'identità provinciale, a dispetto di quella logica meramente pragmatica che, viceversa, ne ha affossato la meritevole vocazione di partenza.