L'emergenza è l'emergenza, e bisogna subito provvedervi, non v'è dubbio. Le emergenze dei beni culturali italiani, tanto moltiplicatesi negli ultimi anni, ce lo ricordano fin troppo, e si sa quanto Volterra, perfino Roma col Colosseo, e soprattutto Pompei abbiano colpito l'opinione pubblica. Contrariamente, poi, a quel che si dice, se l'opinione pubblica ne viene così colpita, non è tanto perché di tratta di siti di nome e di prestigio eccezionali. È anche perché il ripetersi di casi emergenziali in tante parti del Paese fa sospettare che il patrimonio nazionale non sia oggetto di quella cura quotidiana e minuziosa che esso, comunque, meriterebbe anche per materiali ragioni di interesse, ma che in Italia, per la consistenza e la qualità di questo patrimonio, è anche un grande dovere culturale e civile, come ormai sono anche gli organismi internazionali a ricordarci, con grande discapito del nostro prestigio e, perfino, senza esagerazione, del nostro onore di grande Paese di storia e di cultura. A ogni emergenza, interventi di emergenza: c'è poco da discutere. Ma ci si guardi bene dal credere che, con ciò, abbiamo fatto tutto il dovuto. Il punto centrale in materia resta deve sempre restare quello di una cura quotidiana e continua che non si limiti alla manutenzione, ma si ponga altri problemi a medio e a lungo termine. Così, nelle attuali condizioni del nostro patrimonio quel che appare da esigere è, in particolare, un grande piano per la sua messa in sicurezza. Un piano, è ovvio, permanente più che pluriennale, che parta da una larga rilevazione e da un'attenta graduazione delle zone e dei casi da considerare; e che disponga a questo scopo di una dotazione finanziaria annuale costante, con procedure che diano rapidità ed efficienza degli interventi. Sappiamo che qualcosa di ciò si fa, ma, evidentemente, in modo dispersivo e insufficiente. Di più: rendere la messa insicurezza del patrimonio nazionale non una sommatoria delle attività che in materia in vario e discontinuo modo si svolgono, ma il grande obiettivo di un piano nazionale tendenzialmente onnicomprensivo e regolarmente finanziato è il vero obiettivo di fondo a cui tendere. Non si potrà fare molto? Lo si può presumere (senza essere essere, però, anche in ciò, pessimisti pregiudiziali e a oltranza). Se, però, ogni anno potesse chiudersi contando su una qualche frazione del nostro patrimonio messa davvero in sicurezza; se questo accadesse non a caso, ma in base a un preciso e dettagliato disegno complessivo (che l'amministrazione ha tutti gli elementi per formare in modo rapido e soddisfacente), questo sarebbe di certo un passo avanti confortante e prezioso sulla strada giusta. E, soprattutto, il progressivo accumularsi degli interventi preventivi, al di là e al di fuori di quelli sempre inderogabili e urgenti dell'emergenza, costituirebbe una piattaforma di sicurezza che si amplierebbe in un non largo lasso di tempo fino a quei limiti minimi che la decenza e l'interesse nazionale richiedono (e, per inciso, quel che qui si dice per i beni culturali vale anche per la sicurezza del territorio). Nessun utopismo, dunque. Solo, un massimo di impegno nel senso giusto, che speriamo il ministro Franceschini voglia almeno prendere in considerazione