Costituzione della Repubblica italiana, art. 9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Da allora, molta acqua (per la verità spesso distruttiva del paesaggio) è passata sotto i ponti italiani, ma sulla scena della politica nazionale alla cultura è quasi sempre toccata la parte di Cenerentola, costretta a vivere a pane e acqua e con gli abiti rattoppati. A chi intenda imboccare una strada diversa si offre oggi, come possibile ma tutt'altro che scontata guida per il viaggio, l'ultimo libro dato alle stampe, prima della sua scomparsa, da Walter Santagata, Il governo della cultura (Il Mulino, 182 pagine, e 15). Professore di economia della cultura all'università di Torino, membro del Consiglio superiore per i Beni culturale e del paesaggio, Santagata non temeva di assumere posizioni decise. Inizia e termina, Il governo della cultura , sotto forma di dialogo tra il ministro e i suoi direttori, all'interno del Collegio Romano, il complesso cinquecentesco che, per una parte, ospita, sin dalla sua istituzione, nel 1975, gli uffici centrali del ministero dei Beni e delle attività culturali. Protagonisti del dialogo sono il ministro e i direttori del ministero. Entrano per primi due «plenipotenziari». «Signor ministro dice il primo , il patrimonio storico e artistico del paese sopravvive nelle regole della sua conservazione. Quello che ci sta a cuore è la bellezza del paese. Salvaguardando la nostra cultura, proteggiamo il nostro patrimonio». «Hai ragione!», risponde il ministro (riflettendo). «Signor Ministro dice il secondo , la cultura va prodotta e alimentata di continuo. Dobbiamo lavorare sui settori che oggi rappresentano l'eccellenza italiana nel mondo senza rimpiangere un passato che i cicli della storia hanno archiviato». «Hai ragione!», risponde il ministro (riflettendo). «Signor ministro interviene il direttore generale , non potevate dare ragione a tutti e due! Le vostre risposte sono state logicamente contraddittorie». «Anche tu hai perfettamente ragione», conclude il ministro (riflettendo). Tra i due poli, della conservazione e del restauro del passato e della produzione e creazione per il futuro, si svolge il ragionamento di Santagata che individua in fine la sintesi nella cultura come «elemento di stimolo per il miglioramento della qualità della vita», ma che, nel tragitto verso questa conclusione, non fa mistero, in tempi di crisi, della sua preferenza. «Negli ultimi anni si è imposta una nuova innovativa concezione di cultura: dai beni culturali si è passati alle industrie creative e alla cultura materiale, alla moda, al design industriale, alla gastronomia, alle industrie del lusso e al turismo culturale». «Quali sono i ministeri che possono aiutare e sostenere la crescita economica del Paese? Non ho dubbi: uno dei più importanti sarebbe il ministero per la Cultura». Da questa affermazione forte discendono proposte altrettanto forti: per un ministero per la Cultura che allarghi le sue competenze (dalla promozione del made in Italy sui mercati internazionali sino all'agricoltura, «perché il cibo è cultura, creatività e immagine identitaria del Paese»), che presenti un rapporto annuale sull'attività svolta e compia un «bilancio delle competenze riducendo le consulenze esterne»; per uno Stato centrale che concentri il suo sostegno ai soli grandi musei nazionali con oltre 100 mila visitatori all'anno, trasferendo l'onere del sostentamento di tutti gli altri, se vorranno mantenerli, alle comunità locali; per un finanziamento dei privati alle istituzioni culturali che abbandoni l'illusione degli sgravi fiscali e si concentri su altri strumenti e forme, come gli «amici dei musei». Idee e proposte in gran parte controcorrente e sicuramente controverse, ma frutto di uno spirito libero e di un amore profondo per la cultura. Non meditarle sarebbe un errore. Così come meriterebbe di essere considerata un'altra ipotesi, non formulata da Santagata: quella di chiudere la sede del Collegio Romano restituendo gli spazi oggi occupati dal ministero a una destinazione museale. Sarebbe un vero segno di cambiamento.