L'hanno chiamata in tanti modi questa storia di Pompei che cade a pezzi sotto gli occhi del mondo senza che si riesca a mettere un argine stabile, puntuale e trasparente al suo degrado. Un pasticcio all'italiana, una ferita mai curata, uno schiaffo alla storia. Ma oggi che il quinto ministro in cinque anni dei beni culturali annuncia ulteriori finanziamenti per tamponare l'emergenza e che l'Europa - che ha sborsato la maggior parte dei 105 milioni destinati al Grande Progetto Pompei - esprime tutte le sue preoccupazioni per il restauro del sito, c'è soprattutto il dovere di domandarsi se la strada intrapresa è giusta o va quanto meno adeguata. Se, a quasi due anni dall'annuncio dell'accordo con l'Europa e ad otto mesi dal via libera del governo Letta sull'avvio del grande piano, risultano impegnati appena 5 milioni (su 105, ripetiamo, da spendere entro il 2015) qualcosa continua a non funzionare. La sensazione, suffragata dalle testimonianze di chi ha lavorato all'istruttoria della pratica, è che su Pompei si sia andati finora a due velocità e su due piani. La parte tecnica - ingegneri, archeologi, architetti, interni ed esterni all'amministrazione dello Stato - ha raccolto la sfida e si è data subito da fare. Al punto che pensare di potenziarne l'organico non avrebbe alcun senso. Il vero punctum dolens è la macchina amministrativa: l'errore dell'ultimo esecutivo è stato quello di sovrapporne un'altra a quella già prevista dai primi atti del Progetto Pompei, senza tener conto dei costi e soprattutto dei tempi di transizione dalla prima alla seconda. Emblematico il ritardo con cui si è decisa l'istituzione di una figura di coordinamento, il commissario, senza chiarire prima l'esatta suddivisione delle competenze con quelle già assegnate alla Soprintendenza di Pompei. Ma ancor più sconcertante è l'effetto che questa confusione ha prodotto e continua a produrre sull'operatività del maxi-restauro: si fa ancora fatica a capire chi è il Rup, l'acronimo che indica il Responsabile unico di progetto, colui cioè che deve certificare la credibilità e l'attuazione di ogni intervento. Il caso del piano per la sicurezza idrogeologica, presupposto fondamentale di ogni risanamento del sito, è il paradigma di questo caos. Il bando è tecnicamente pronto e sembrava dovesse veder la luce all'inizio di quest'anno. In realtà la norma che ha istituito il commissario non ha spiegato se la stazione appaltante rientrasse nella responsabilità di quest'ultimo o del soprintendente. Morale: anche quel bando è fermo. A questo punto, passata la rabbia, occorre riflettere. Perché è impensabile che Pompei continui ad occupare la cronaca dell'emergenza e non quella della grande bellezza ritrovata.
Pompei, perché il piano Bray ha fallito
Il governo italiano ha annunciato ulteriori finanziamenti per il restauro di Pompei, ma la situazione è ancora critica. Solo 5 milioni dei 105 milioni destinati al progetto sono stati spesi in quasi due anni. La macchina amministrativa è stata criticata per la sua inefficienza e la mancanza di coordinamento. Il progetto è stato suddiviso in due piani, con la parte tecnica già iniziata, ma la parte amministrativa è stata sovrapposta senza considerare i costi e i tempi di transizione. La situazione è stata descritta come un "pasticcio all'italiana" e un "errore dell'ultimo esecutivo". Il governo è stato criticato per la sua mancanza di trasparenza e di coordinamento.
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