IL GIALLO Una verità si incastra dentro l'altra e poi ancora dentro un'altra, generando un intricato gioco di rimandi. E in questo labirinto fatto di circostanze, cause ed effetti, il Canale di Sicilia si collega allo Stato americano dell'Ohio e al destino di una statua in bronzo, inghiottita dalle acque del Mediterraneo oppure finita, chissà come, in un giardino di un palazzo nell'ex Germania Est. Così comincia la rocambolesca storia dell'Apollo Sauroctonos, una scultura che secondo Tsao Cevoli, archeologo e presidente dell'Osservatorio internazionale Archeomafie, sarebbe stata rimossa dai fondali in quel tratto tra Mazara del Vallo e l'isola di Pantelleria «dove nel 1997, 1998 e 1999 furono pescati diversi frammenti sia del Satiro Danzante che di altre statue. Si avanza dunque l'ipotesi che l'Apollo Sauroctonos possa provenire da acque siciliane, forse dallo stesso contesto delle altre statue citate». Il punto però è che dall'Apollo, forse per denaro, forse per il desiderio di possedere un tesoro unico, sono state rimosse in gran fretta quelle tracce che avrebbero potuto condurre alla verità storica dell'oggetto, come anche al luogo esatto del suo ritrovamento. Con il suo fisico agile il giovane dio Apollo è intento a compiere un'azione che all'osservatore sfugge. Nell'insieme la scultura manca di alcune parti fondamentali fra cui le braccia. L'Apollo Sauroctonos è colui che sta per uccidere una lucertola Da chi e come il Cleveland Museum of Art, che lo custodisce da dieci anni, sia riuscito ad acquistare una simile meraviglia è stato spiegato in un comunicato stampa, diffuso on line sul sito del museo, che annunciava al mondo l'esposizione di un capolavoro attribuito allo scultore greco Prassitele. Nessun archeologo o restauratore, che non facesse parte del Cleveland Museum of Art, ha mai potuto sino ad ora avvicinarsi al reperto per esaminarlo. Ed è questo divieto ad avere alimentato molti sospetti da parte della comunità scientifica sul legale acquisto della scultura. Proveniente, secondo quanto ha dichiarato Katharine Lee Reid, allora direttrice del museo, dalla galleria d'antiquariato Phoenix Ancient Art S. A. La verità annunciata dall'istituzione museale americana sembra la sceneggiatura di un film e persino i personaggi principali, insospettabili uomini di successo, hanno tutti una doppia identità: da un lato affaristi con attività comprovata, dall'altro cacciatori di tesori antichi. Uno dei protagonisti si chiama Ernst-Ulrich Walter, noto collezionista d'arte tedesco. È lui che sostiene di aver visto la statua nel proprio palazzo di famiglia, nel 1930. E di averla venduta nel 1994 a un mercante d'arte olandese, di cui non ricorda più il nome. Quest'ultimo avrebbe a sua volta venduto l'opera a un altro collezionista, sempre anonimo, che l'avrebbe rivenduta alla Phoenix Ancient Art S. A. La Phoenix è una galleria d'antiquariato fondata nel 1968 da Sleiman Aboutaam, uomo d'affari libanese. Ma a occuparsi della galleria sono i figli Alì e Hicham Aboutaam. In Italia i fratelli Aboutaam sono stati coinvolti in un'inchiesta per un traffico internazionale di antichità insieme all'antiquario londinese Robin Symes e al noto mercante d'arte Gianfranco Becchina. «La versione dei fatti sostenuta dalla galleria Phoenix e dal Museo di Cleveland è una sorta di sistema di scatole cinesi che legittimerebbe il possesso dell'Apollo Sauroctonos da parte del museo americano, in quanto esso sarebbe stato acquisito dalla famiglia di Ernst-Ulrich Walter prima delle normative e degli accordi internazionali per la tutela del patrimonio archeologico, firmata all'Aja nel 1954», afferma l'archeologo Tsao Cevoli. Lo studioso in più saggi ha espresso le sue perplessità sulla provenienza di questa statua, che a suo avviso sarebbe stata sottratta illecitamente all'Italia e più precisamente prelevata dalle acque del Canale di Sicilia, dove, sempre secondo l'archeologo, si troverebbero sepolti tesori dal valore inestimabile. A provare la straordinaria ricchezza del tratto di mare tra Mazara del Vallo e la Tunisia da cui proviene anche il Satiro Danzante, è stato il ritrovamento nel 1999, da parte degli uomini del peschereccio "Capitan Ciccio" (quelli che avevano scoperto il Satiro) di una grande zampa di elefante in bronzo, III secolo avanti Cristo, alta 60 centimetri, che doveva far parte di una statua di circa tre metri. «È certo prosegue Cevoli che il Satiro danzante non sia l'unico reperto finito su quei fondali marini. Lì da qualche parte giacciono i tesori di Cartagine, saccheggiata e distrutta da Scipione l'Africano, che in parte affondarono in mare durante il tragitto che li avrebbe dovuti portare a Roma. Ma vi sono anche quelli, come le sculture del Palatino, che Genserico, re dei Vandali, portò via da Roma ». Sempre da un attento esame delle fonti, l'Apollo Sauroctonos si sarebbe potuto trovare anche su altre imbarcazioni, quelle di Alarico, re dei Visigoti, che saccheggiò Roma, prima dell'arrivo dei Vandali e precisamente nella notte del 24 agosto 410 dopo Cristo. Lo racconta lo storico Paolo Diacono, secondo cui le navi affondarono nei pressi dello stretto di Messina. «Oggi il vero problema afferma Cevoli è che il Museo di Cleveland impedisce alla comunità scientifica internazionale di studiare l'Apollo Sauroctonos. È stato scorretto, da parte dei restauratori del museo, l'avere proceduto immediatamente alla ripulitura, sia della superficie esterna che della parte interna della statua, eliminando tutti i residui che avrebbero potuto restituire informazioni sul luogo di ritrovamento dell'opera ». Anche il Comando carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Roma è perfettamente a conoscenza di questa controversa vicenda, ma come spiega il maggiore Antonio Coppola «non sarà facile iniziare le trattative per tentare di riportare l'opera in Italia. Sappiamo che in molti musei, non solo americani, servirsi della dicitura "provenienza sconosciuta" rispetto a oggetti d'arte e reperti archeologici è un eufemismo per nascondere la provenienza quasi sempre illecita dei manufatti». Proprio nel novembre 2008 Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha sancito un accordo con il Cleveland Museum of Art che prevedeva la restituzione all'Italia di 14 reperti archeologici in cambio di una collaborazione e del prestito di altre opere. «L'accordo sembra trascurare il caso dell'Apollo Sauroctonos, benché sostiene Cevoli sia stato già segnalato dall'Osservatorio internazionale archeomafie alle autorità italiane. Gli accordi firmati negli ultimi anni dall'Italia con i musei stranieri, finiscono per avvantaggiare quelle istituzioni che adottano pratiche eticamente scorrette».