«Pompei? Dallo Stato non è stato fatto mai un passo avanti. Basti dire che sul Grande progetto degli Scavi in pochi anni ho dovuto interloquire con cinque ministri diversi dei Beni culturali: Bondi, Galan, Ornaghi, Bray e ora con Franceschini». Stefano Caldoro, governatore della Campania, interviene dopo l'ennesimo crollo e propone: «Serve un commissario per non veder persa ogni speranza come nel Porto». Caldoro: «Pompei al rallentatore Allora meglio un commissario» «Come per il Porto, dove interviene lo Stato si blocca tutto In pochi anni ho dovuto confrontarmi già con cinque ministri» NAPOLI Se non fosse che da qualche anno insiste sullo scioglimento delle Regioni per far posto a strutture di programmazione suddivise per macro-aree, direbbe subito: «Ecco, fateci gestire direttamente Pompei, e vedrete come si fa, accelerando i lavori di restauro e di messa in sicurezza». Invece, presidente Caldoro, come si fa a far fronte a quella che sta diventando una drammatica emergenza nell'area archeologica di Pompei? «Non possiamo continuare a complicarci la vita così, con l'eterno conflitto di competenze tra Stato e Regioni, quando le Regioni dovrebbero pensare esclusivamente a programmare. Ma per gli Scavi, come per il Porto di Napoli, dove incomincia la competenza dello Stato si blocca tutto. Siamo stati noi, alla Regione Campania, a trovare le risorse per il Grande progetto Pompei: i 105 milioni di euro di fondi. Siamo stati noi a sbloccare i finanziamenti con la Ue. Siamo stati noi a fare andare avanti gli investimenti per il Porto di Napoli dove, solo per approvare il piano regolatore, sono necessari 49 passaggi burocratici e istituzionali. Ma dallo Stato non è stato fatto mai un passo avanti. Basti dire che sul Grande progetto degli Scavi, in pochi anni, ho dovuto interloquire con cinque ministri diversi dei Beni culturali: Bondi, Galan, Ornaghi, Bray e ora con Franceschini». Insomma, qual è la soluzione per non assistere indignati e impotenti ai crolli provocati dalla pioggia nell'area archeologica che rischiano di essere, per certi versi, peggiori di quelli dell'eruzione del 79 d. C.? «Anzitutto, il soprintendente Osanna ha ragione: non deve sorprendere se in un'area archeologica così vasta accadono incidenti di questo tipo. Il problema è un altro: di accelerare gli sforzi e la spesa per limitare i danni». Qual è, allora, la soluzione che suggerisce: la solita cabina di regia? «La soluzione la dà la legge e la legge individua che siano le Soprintendenze a governare gli interventi in siti di grandissimo valore culturale come Pompei. Ma sarebbe necessario dotare la Soprintendenza archeologica di competenze gestionali. La Regione ha trasferito le risorse allo Stato nel 2011: sono passati tre anni. Mi pare sia stato chiuso un solo cantiere sui 39 previsti. Perciò io suggerisco ancora una volta che occorrerebbe una norma in grado di semplificare le procedure e accelerare la spesa dei fondi. Insomma, c'è bisogno di soggetti attuatori ben individuati: una sorta di struttura commissariale ad acta che tenga dentro tutte le competenze di una conferenza dei servizi. Sarebbe utile mutuare la struttura della Legge Obiettivo fatta da Berlusconi. Ripeto: Pompei e Porto di Napoli sono l'esempio più lampante dell'immobilismo statale ed è sui tempi che l'Europa ci giudicherà». Teme contraccolpi? «La scadenza per gli interventi previsti a Pompei è fissata al 31 dicembre 2015. E mentre per il Porto siamo riusciti a tenere una parte della programmazione di fondi comunitari a cavallo tra l'agenda in esaurimento e quella futura, 201420, per Pompei il rischio di disimpegno è forte. Potremmo revocare la spesa, ma sarebbe una denuncia di impotenza davvero mortificante». Sono sufficienti i 105 milioni di euro previsti? «Certo che no, ma se vengono spesi bene e in fretta, sarebbe già tanto. A quest'ora, in altri paesi europei, quella somma sarebbe stata già spesa e certificata». Lei continua ad associare i due grandi investimenti previsti per Pompei e per il Porto. Soltanto perché mostrano entrambi una oggettiva sofferenza burocratica? «Non solo. Abbiamo scelto di prestare una attenzione particolare ai due siti più importanti della Campania. Pompei è l'area archeologica tra le più visitate al mondo. Il Porto di Napoli e quello di Salerno fanno registrare circa ventimila lavoratori e rappresentano la prima realtà economica regionale. Tuttavia, pur essendo entrambi attrattori dalle potenzialità straordinarie, le loro intrinseche risorse non sono sfruttate come si deve. Di Pompei sappiamo tutto ciò che non va, dai flussi turistici che non riusciamo a intercettare per prolungare la permanenza dei visitatori ai disagi nella gestione. Al Porto, a fronte dei milioni di tonnellate di merci in arrivo e in partenza, non riusciamo ad organizzare una movimentazione e una attività logistica di supporto in grado di svilupparne ulteriormente le potenzialità». Beh, ci si mette anche il governo di centrodestra che da mesi non riesce a dare un volto all'Autorità portuale, passando tra proposte pasticciate e proroghe commissariali. Cosa ne pensa? «L'instabilità è dovuta ai ministri che cambiano o che succedono a se stessi e a procedure alle quali non si dà seguito perché continuamente minacciate da contrasti politici. È perciò che insisto: occorre una struttura commissariale ad acta, un soggetto attuatore, per non veder persa ogni speranza a Pompei come nel Porto di Napoli».