La mostra dei 100 capolavori dalle collezioni private bresciane, inaugurata a Palazzo Martinengo sabato, è destinata a entrare fra le case histories più significative nella valorizzazione di una città, della sua tradizione, dell'identità, del territorio. L'operazione testimonia infatti una consapevolezza dei meccanismi della promozione turistica e culturale, che purtroppo è tutt'altro che diffusa e che fa onore alla Provincia di Brescia. In primo luogo gli organizzatori sono sfuggiti alle Scilla e Cariddi della mostra d'élite e della rassegna di facile richiamo. Hanno evitato sia l'evento un po' snob rivolto a una ristretta cerchia di intenditori e specialisti, sia la kermesse di cassetta che punta sugli autori e sui movimenti più noti. Ma c'è un aspetto ancora più decisivo. La chiave della mostra di Palazzo Martinengo è di non essere una rassegna ospitata a Brescia, ma una rassegna bresciana: profondamente, inconfondibilmente bresciana. Poteva essere organizzata solo qui, in quanto solo qui ci sono gli ingredienti indispensabili. Perché questo aspetto è decisivo? Perché realizzare operazioni legate al territorio è la sola condizione per promuoverlo efficacemente. Un'esposizione sull'impressionismo o su Van Gogh potrebbe svolgersi dovunque e nel visitatore non richiamerebbe necessariamente la sede che l'ha ospitata. La mostra Moretto, Savoldo, Romanino, Ceruti: 100 capolavori dalle collezioni private bresciane rimanda invece perentoriamente alla Leonessa. In questo caso la città o il palazzo non sono puri contenitori, ma il contesto elettivo e l'indispensabile cornice. La Provincia ha colto con i vantaggi offerti dal puntare su un'operazione inconfondibilmente bresciana, offrendo una prestigiosa vetrina alla città. Per realizzarla ha intrecciato più fili. Ha attinto al collezionismo locale, rivelando un fenomeno finora non molto noto, che fa onore a Brescia. Ha presentato i pittori bresciani o quelli operanti in città tra il XVI e il XVIII secolo, che tratteggiano l'immagine di un fecondo crocevia culturale. Ha raccordato gli autori esposti con il territorio in cui essi operavano, proponendo fuori dalle sale espositive, dalla Valtrompia alla Valsabbia alla Valcamonica, una serie di itinerari tematici sulle tracce dei pittori: un'idea felice che contribuisce a spalmare sull'intera provincia i benefici recati dai visitatori della mostra. Infine ha mobilitato e coinvolto alcune aziende locali, che hanno sponsorizzato l'evento, rendendosi conto che esso rappresenta una qualificata occasione per accreditare una volta di più la realtà bresciana. Il segreto della mostra è questa catena virtuosa formata da tre anelli i collezionisti, le istituzioni, le aziende mobilitati nel dare visibilità al luogo in cui operano. La loro sinergia ha permesso di scoprire e di promuovere un aspetto nuovo della città: Brescia, in quanto importante capitale artistica dell'età moderna. Quella dei 100 capolavori è una mostra che risulta dunque felicemente idiomatica, senza essere provinciale, celebra in modo non localistico il locale, e proprio per questo può proporlo all'attenzione internazionale.