«Avanti con la Grande Brera. Ogni nuova idea, ora, è controproducente». Così la direttrice Caterina Bon Valsassina stoppa ogni ipotesi di revisione del progetto. Ieri a Brera la visita del ministro Franceschini: partono i lavori. «Il futuro dell'Accademia frenato dalle nuove idee» Bon Valsassina: paghiamo 40 anni di colpe e ritardi «Ogni nuova idea, adesso, è controproducente». Dopo quarant'anni di parole, progetti lanciati e abortiti, questo è il momento del fare: «Se la Grande Brera non c'è ancora, la colpa è di tutti. E parte delle cause ricade anche sull'umoralità della società civile: ogni volta che si stava per chiudere un percorso tirava fuori una "migliore idea". Se cambia costantemente l'intenzione, nessuna opera prende forma». Caterina Bon Valsassina, perugina, storica dell'arte, già dirigente dell'Istituto per il restauro, ex soprintendente di Venezia, è la direttrice regionale ai Beni culturali, il manager pubblico a cui il governo ha affidato la missione (quasi) impossibile di realizzare il sogno incompiuto di Milano: una Pinacoteca più ampia e moderna, con l'inclusione di Palazzo Citterio, e un innovativo campus per l'Accademia: «Il lavoro, finalmente, è iniziato. Qualcuno ha proposte migliori? Di migliori intenzioni è lastricata, a volte, la via dell'inferno. Non vorrei doverla percorrere, questa strada». Il mosaico Grande Brera è composto da tre tasselli a incastro. Il primo è la rinascita di Palazzo Citterio, in via Brera 12. A che punto è la gara d'appalto? «La verifica dell'offerta anomala si è conclusa il 10 febbraio, ora stiamo controllando i requisiti dell'impresa. Appena arrivano, aggiudicheremo la commessa al primo gruppo classificato». È stata selezionata la proposta firmata da Research con l'architetto Restucci. Prevede strascichi legali? «Su tredici concorrenti quattro hanno chiesto l'accesso agli atti della gara. Sono possibili ricorsi al Tar? È sempre possibile. Se non arriveranno sospensive firmeremo il contratto al più presto». In caso contrario bisognerà attendere più dei due anni previsti per entrare nel nuovo museo di Brera... «Condivido una frase di Renzi: le imprese italiane hanno più avvocati che muratori. Questo è un Paese in cui ognuno si sente sempre leso nei propri diritti: nelle gare in cui si misura la qualità dei progetti ed è questo il caso ci sono sempre i ricorsi. Resta il problema generale, come dimostra l'odissea dei restauri al Colosseo: il codice dei contratti pubblici è inadeguato ai Beni culturali. Non si può trattare un museo come un'autostrada. È questa distorsione a rendere incerti i tempi di attuazione dei progetti». Di Grande Brera si parla fin dagli anni Settanta: un manifesto all'inazione. Di chi sono le colpe? «Non farò nomi e cognomi. La colpa è di tutti, più o meno. Si sono alternati soprintendenti con visioni diverse, i soldi sono arrivati a singhiozzo, la società civile si è dimostrata troppo volubile...». Veniamo all'oggi. Suggeriscono gli Amici di Brera: per l'Accademia sarebbe meglio Palazzo Cusani, sempre in via Brera, anziché l'ex caserma Mascheroni. È un'ipotesi percorribile? «Se a questo punto viene messo in discussione il protocollo d'intesa interministeriale del 2010, mai criticato né modificato vedo più rischi che vantaggi. Palazzo Cusani è sede di rappresentanza della Difesa, sono state investite somme ingenti per i restauri nel corso del tempo. Qualcuno pensa che i militari "cederebbero" facilmente questa sede?». Magari basterebbe uno scambio con l'ex caserma di via Mascheroni. «Per ottenere che il circolo ufficiali si spostasse da Palazzo Barberini, a Roma, consentendo l'espansione della Galleria nazionale d'arte antica, ci sono voluti 30 anni: vogliamo davvero "rilanciare", proprio adesso che almeno Palazzo Citterio verrà iniziato, un'idea che credetemi rischia di produrre uno stallo?». L'Accademia di Belle arti accetterà il trasloco nell'ex caserma a Pagano? «Ho un ottimo rapporto con il presidente Marco Galateri di Genola e il direttore Franco Marrocco: a breve concluderemo la fase di rilevamento architettonico degli spazi in 3D, e questa mappatura sarà la base per qualunque concorso architettonico. Adesso, più che ipotizzare fantasiose soluzioni alternative, dovremmo chiedere al Ministero dell'Università e della Ricerca cha faccia la sua parte. Bastano cinque milioni di euro per avviare la progettazione». Perché non sforzarsi di trovare una soluzione interna al quartiere di Brera? «La caserma di via Mascheroni è a tre fermate di metrò, a 10 minuti a piedi dalla Triennale e dal Cenacolo: l'Accademia può rivitalizzare una zona di notai e avvocati con mostre ed eventi, espandendo il modello creativo di Brera in un altro punto della città. Lo dico e lo ripeto». Perché è stata abbandonata l'ipotesi di una Fondazione mista per la Grande Brera? Era lo strumento sbagliato per finanziare l'operazione? «Il percorso è stato interrotto dall'ex ministro Bray, ora c'è un nuovo ministro che potrà riallacciare i fili, ma ripartendo da zero con gli studi di fattibilità». Lei non pare una sostenitrice della Fondazione, o sbaglio? «Per partire si potrebbe coinvolgere il professore della Bocconi Stefano Baia Curioni per individuare il modello di gestione adatto: Brera è un condominio con tanti "inquilini" che rispondono ad amministrazioni diverse. Il problema, comunque, si porrà quando sarà completato Palazzo Citterio e bisognerà tenerlo aperto a fronte di pensionamenti e blocco delle assunzioni statali».