«Da anni è calato su mio marito un silenzio mortale. Dunque, visto che il suo nome non interessa più al mondo che pubblicamente si occupa di cultura, vendo la sua collezione ai privati cittadini che lo hanno amato». Così Caterina Brero, la vedova di Giovanni Arpino, spiega la sua decisione di mettere allasta le opere darte appartenute allo scrittore, quelle che Arpino chiamava «le mie piccole mele». Dieci tra litografie, acquerelli e incisioni saranno battuti allincanto martedì sera alla casa daste SantAgostino, in corso Tassoni 56: acquerelli di Calandri, grafiche di René Magritte, una prova dartista su cui Renato Guttuso ha vergato una dedica al romanziere. Non è tutto: «Venderò la sua intera collezione. Altri dipinti più importanti andranno allasta fra pochi mesi, compresi alcuni Picabia. E forse un giorno venderò al migliore offerente anche il suo archivio: ho un intero appartamento di sei stanze in cui conservo dal giorno della sua morte le sue carte e la sua biblioteca. Ci sono le lettere damore che ha indirizzato a me, ma anche un fitto carteggio con Vittorini e Sereni, e alcune lettere di Calvino o della Ginzburg». La donna che sinnamorò di Arpino ancora studentessa, e che gli è rimasta accanto dalle nozze, nellaprile del 53, alla morte nell87, racconta gli anni vissuti con Giovanni e il suo rapporto con i pittori, «Che da ragazzo acquistava a rate e che una volta divenuto famoso aiutava dando loro la possibilità dillustrare le copertine dei romanzi». Ma da troppo tempo «intorno alla sua memoria e la sua opera perdura un silenzio pressoché assoluto. Un vuoto di 15 anni interrotto solo dallintitolazione di una strada periferica, che comunque mi ha fatto piacere: è pur sempre un modo di ricordarlo. Mio marito ha scritto 13 romanzi ricevendo ogni sorta di riconoscimento letterario, è stato omaggiato in vita da molti uomini potenti oltre che di cultura, e ha sempre amato la sua città allo stremo. Torino lo ricambia con il silenzio, lindifferenza, loblìo, sebbene non siano molti gli autori di cui possa farsi vanto. Da anni non sorganizzano convegni o appuntamenti che lo ricordino, né sè riacceso linteresse di critici, giornalisti e studiosi». Larchivio, fitto di bozze e di memorie, è stato da tempo trasferito a Bra: «Chiedono ogni tanto daccedervi rari studenti, durante la stesura della tesi di laurea. Qualche volta, allinizio, consegnavo loro anche degli inediti. Puntualmente, una volta consultate le carte, non mi facevano più sapere nulla. Non si pigliavano manco il disturbo di farmi avere copia della tesi». Le opere che andranno allasta «Erano le sue piccole mele: le chiamava così perché erano piccole cose. Non poteva permettersi tele da miliardi». Fanno parte di uneredità «Di cui a più nessuno importa. Non sono più giovane, ho 72 anni, e credo come Bobbio che la vecchiaia sia una malattia. Improvvisamente letà comincia a farmi paura, debbo pensare a mio figlio. Ho aspettato anche troppo che qualcuno si facesse vivo. Non sono un animale politico, non minteressa elemosinare attenzione correndo dietro a questo e quello. Sono stata tutta la vita insegnante, madre, e moglie di un famoso scrittore. Leredità di Giovanni è ritenuta un fatto privato, dunque così sia. I suoi amici, se vorranno, potranno appendere alle pareti un suo ricordo. Ho deciso di non regalare più nulla a nessuno. Negli anni scorsi sono stata anche troppo generosa». Caterina Brero Arpino ha mantenuto «un piccolo rifugio a Torino, che continuo ad amare tanto», ma vive prevalentemente tra Bra e la Maremma: «Sto per partire, resterò lontana alcuni mesi. Non posso continuare a portarmi sempre dietro tutto».