«Abbiamo la cultura in mano a una struttura ottocentesca, non può basarsi sul sistema delle sovrintendenze». Le sovrintendenze come paradigma del viziato approccio italiano alla gestione del patrimonio: che mettono in ogni occasione avanti quasi esclusivamente la conservazione, piuttosto che la promozione: bene, così diceva Renzi quando ancora non aveva titolo per riformarle davvero. Hic Rhodus, hic salta : ora qualche titolo lo avrebbe, resta da vedere se questo governo sarà capace di sopprimere le sovrintendenze. Come sostituirle? Praticamente tutte le Regioni hanno oggi una facoltà di Architettura che ha tra i propri docenti professori di Storia dell'architettura e di Restauro dei monumenti, i cui titolari sono lì per aver vinto un concorso e possiamo supporre abbiano almeno la medesima competenza dei soprintendenti. Che poi, una volta assunti i compiti delle sovrintendenze, siano virtualmente corrivi con una sfera politica in questi campi forse disinvolta mi sembra difficile da sostenere, neppure le Commissioni edilizie mi sembra lo siano. Il fatto è che la riforma della burocrazia ministeriale non ha a che vedere tanto con la riorganizzazione strumentale del Mibac (ministero dei Beni e delle attività culturali), come ha tentato Bray, ma con la revisione delle norme sulle quali è andata annidandosi in questi cent'anni. Mi riferisco a norme adatte a uno Stato accentuatamente centralizzato che non corrisponde più alla società contemporanea, dove sorgono di continuo iniziative locali per salvaguardare e rigenerare i propri antichi monumenti che spesso trovano nelle sovrintendenze un intralcio anziché un appoggio: e, diciamolo pure, spesso con funzionari alimentati più dal loro potere che dalla loro competenza. È in questo quadro che in Europa si è sviluppato nell'ultimo decennio un intenso dibattito sulla decentralizzazione dei ministeri centrali soprattutto in Francia, il modello seguito in Italia e forse sarebbe il caso di mettere il naso fuori dal palazzo del Collegio romano e innestarsi su questo dibattito.