IL COMMENTO Se ci si pensa bene, il graffitismo è oggi l'unica forma di linguaggio espressivo spontaneo e monumentale praticato a livello planetario. Per uno storico dell'arte attento al rilievo sociale e al significato politico del visivo, si tratta di un fenomeno straordinariamente interessante: assai più interessante delle esauste trovate delle star internazionali del mercato dell'arte. È per questo che esistono ormai una vasta bibliografia, un agguerrito lessico tecnico, un olimpo riconosciuto di crews, cioè di gruppi artistici, e alcune vere e proprie star, anche commerciali, come Banksy. Ma accanto all'élite che impugna la bomboletta con una vera volontà artistica, esiste un enorme numero di ragazzi che la brandisce con una più elementare, ma non meno forte, volontà di lasciare un segno, di appropriarsi di qualcosa, di concretizzare un urlo. Così, un basso continuo di segni avvolge le periferie delle nostre città, incanalando verso forme e colori la protesta, l'infelicità, il disagio generazionale e sociale. Anche i monumenti dei centri storici di molte delle nostre città sono aggrediti dalle scritte dei ragazzi di quelle stesse città. Ma tutto si può fare tranne che stupirsi: perché mai questi ragazzi, che vivono in non-luoghi fisicamente, esteticamente, socialmente remotissimi da quei monumenti dovrebbero rispettarli? A Napoli cui appartiene il centro forse più indelebilmente colpito da queste scritte si può leggere un singolarissimo cartello, risalente agli anni Cinquanta: "Cittadini, rispettate i vostri monumenti". È una frase più profonda di quel che sembra. Quel patrimonio è "nostro" in quanto siamo "cittadini", cioè membri consapevoli e attivi di un popolo sovrano che ne ha ereditato la proprietà materiale e morale. D'altra parte, sono anche questi "monumenti", cioè questi potentissimi concentrati di memoria e identità, ad averci fatto cittadini, cioè ad averci edificati nella storia come comunità civile. Ma a un ragazzo cresciuto in una qualunque delle derelitte periferie italiane, cosa mai potrebbe dire un simile cartello? I monumenti non sono certo "suoi": l'idea di cittadinanza, nemmeno. E il punto è proprio questo. Se le orripilanti periferie di cemento pianificate e costruite da rispettabili membri integrati di questa società riescono ad avere un aspetto più umano, lo si deve proprio ai segni di rifiuto, ma insieme di appropriazione, lasciati da componenti assai meno integrati e riconosciuti di questa stessa società. Le periferie non sono abitate da chi le ha fatte: ma sono ricreate, umanizzate, ri-formate da chi è invece condannato a viverci. È un'arte profondamente politica, questa, perché con le forme e i colori, con le mani e con le idee ridà una forma alla polis, alla città, che abbiamo sformato con le speculazioni, il culto del denaro, il cinismo. All'Expo l'Italia dovrebbe essere rappresentata da una copia del David di Michelangelo: un'idea patetica di chi sa solo vivere di rendita. Siamo ancora in tempo a ripensarci: portiamoci i nostri migliori writers.
Quella linea sottile tra appropriazione e "vitalità urbana"
Il graffitismo è un fenomeno di linguaggio espressivo spontaneo e monumentale praticato a livello planetario. È un'arte profondamente politica che ridà forma alla polis, alla città, che è stata sformata dalle speculazioni e dal culto del denaro. I graffiti sono lasciati dai ragazzi delle periferie, che con le forme e i colori esprimono la protesta, l'infelicità e il disagio generazionale e sociale. I monumenti dei centri storici sono aggrediti dalle scritte dei ragazzi, che non rispettano i cartelli che chiedono il rispetto dei monumenti. Il punto è che le periferie non sono abitate da chi le ha fatte, ma sono ricreate e umanizzate da chi è condannato a viverci.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo