Da convento a rifugio degli esuli. Poi l'oblio e l'illusione Monna Lisa Viaggio nel gigante di San Lorenzo, appeso ormai all'ultimo bando Sotto le volte trecentesche, accanto alle antiche colonne ottagonali, spuntano piloni e traversine di acciaio color bordeaux. Sono stati montati una ventina di anni fa nel Chiostro della Spezieria, uno dei simboli dell'ex convento di Sant'Orsola. Il primo impatto con questo gigante del centro storico di Firenze è di stupore: difficile, per chi non ne varchi l'ingresso, immaginarsi una struttura così in buona salute. Subito dopo, però, appena messa a fuoco la lunghissima storia del luogo, gli occhi cominciano a cercare tracce dell'antico convento. Il buco nero. Aggirandosi per i 17 mila metri quadrati della struttura, si scoprono mura solide, solai stabili e un tetto che copre gran parte del perimetro; ci sono persino le scale che permettono di correre su e giù per l'enorme labirinto. Ma dell'edificio originario, le tracce rimaste sono pochissime: è come una caccia al tesoro in cui si trovano, al massimo, le pietre serene del lastricato ammassate tutte assieme, l'orologio ottocentesco dell'omonimo Cortile, volte medievali in parte oscurate da strutture di cemento armato. O quella campana, vecchia quasi di due secoli, che svetta lassù come appesa a un filo, fusa dalle sane maestranze del Valdarno: «Filippo Mugnai e figli da M. Varchi». «Il grosso bubbone al centro del rione» come amano chiamarlo monsignor Angiolo Livi, priore della Basilica di San Lorenzo, e le associazioni di quartiere (protagoniste di una lunga battaglia contro l'abbandono dell'edificio), dall'esterno appare come uno scatolone grigio di cemento e mattoni. Ad addolcirne l'aspetto, non basta neppure l'installazione dell'artista ceco Vaclav Pisvejc, che ha appiccicato alle pareti 120 mila finte banconote da un dollaro: per Pisvejc vuole essere un modo per indicare in Sant'Orsola un «albero della cuccagna», un'opportunità da non lasciarsi fuggire, ma anche un incredibile caso di spreco di denaro pubblico. Il convento. Sant'Orsola fu fondata nel 1309 dalle monache benedettine, che vi rimasero per più di un secolo, fino al 1435 quando al loro posto arrivarono le francescane. Il convento fu attivo fino all'inizio dell'800, quando si trasformò in una fiorente manifattura tabacchi: la conversione industriale, progettata dall'architetto Bartolomeo Silvestri, rappresentò il primo passo della trasformazione dello storico edificio nel colosso di cemento armato che appare oggi. Nel 1940 la manifattura chiuse i battenti per trasferirsi in piazza Puccini e le stanze di Sant'Orsola iniziarono ad ospitare i profughi di guerra, gli esuli dell'Istria e della Dalmazia e poi gli sfrattati durante gli anni difficili della ricostruzione post bellica. In parte, divenne anche una struttura d'appoggio per l'Università di Firenze, che vi trasferì aule e uffici. Una vicenda senz'arte né parte che si concluse, negli anni '80, con l'acquisto da parte del Demanio: l'obiettivo era quello di costruire il quartier generale della Guardia di Finanza fiorentina. La beffa. I lavori partirono nel 1985, ma furono abbandonati all'inizio del decennio successivo perché quel quadrilatero tra via Guelfa, via Sant'Orsola, via Taddea e via Panicale non risultò funzionale alle esigenze delle Fiamme Gialle. Eppure gli interventi strutturali erano già quasi conclusi. Solo il lato che dà su via Guelfa ha bisogno di opere importanti: a partire da quel tetto che non c'è, così da lasciare filtrare la pioggia, mettendo in pericolo tutta una parte della struttura. «Sant'Orsola deve riprendere vita al più presto spiega l'architetto della Provincia, Gianfranco Romandetti altrimenti, dopo tanti anni, l'acqua che filtra rischia di arrivare a bagnare i mattoni delle volte del piano terreno: in quel caso il danno strutturale sarebbe difficile da recuperare». Nella Corte del Tabacco, c'era talmente tanto fango che è stata rovesciata una valanga di ciottoli pur di asciugarlo un po'. Di acqua ce n'è così tanta che il parcheggio sotterraneo voluto dalla Guardia di Finanza somiglia ormai a un lago, con quella bocca a cielo aperto che si apre in mezzo al Cortile dell'Orologio di origini ottocentesche. L'ultima speranza. Così, l'ex convento si potrebbe salvare proprio perché ormai c'è poco da salvare: la Provincia di Firenze, proprietaria della struttura da quando l'allora presidente Matteo Renzi decise di scommetterci su, la scorsa estate ha visto naufragare un ambizioso project financing; si erano presentate due cordate, una romana e una milanese, interessate al progetto da oltre trenta milioni di euro: ma una volta studiate le condizioni si sono ritirate dalla partita. E pensare che inizialmente, prima dell'inizio della politica del rigore nei conti pubblici, avrebbe dovuto essere la Provincia stessa a portare avanti in prima persona quel salvataggio che prevedeva tra le altre cose la nascita di uffici e di una piscina. Ma i bilanci magri avevano fatto scomparire quelle risorse. Così, oggi si riparte, con un bando di concessione dai sei a cinquant'anni, promosso dal presidente Andrea Barducci. Stavolta, chi si prenderà Sant'Orsola potrà scegliere cosa farci; pochissimi vincoli: no a case e alberghi e un piano terreno aperto al pubblico (come chiesto dalle associazioni di San Lorenzo). «Teniamo conto che per la concessione di Sant'Orsola la qualità del progetto sarà l'elemento decisivo e discriminante» spiega l'assessore provinciale Stefano Giorgetti. Ecco perciò che nei mesi scorsi si sono affacciati nell'ex convento gli inviati di alcune cordate italiane (ma non toscane) che sembrano interessate a costruire università per stranieri, nell'ambito della cultura e dell'arte. Del resto, malgrado il divieto di una destinazione residenziale, c'è la possibilità di infilare in Sant'Orsola una foresteria per studenti: così, la possibile accademia, con tanto di dormitori, in pieno centro storico può diventare un boccone prelibato per molti investitori. C'è dell'altro, perché altri due vincoli, quelli posti dalle Soprintendenze, sembrano rappresentare più un'opportunità che un limite. Quella che è nota come la sala del convitto, che fino a poco tempo fa era ritenuta l'antico refettorio del convento, è in realtà la chiesetta che le suore francescane, tra il 1518 e il 1521, costruirono come cappella destinata alla clausura: «Sì, è una novità emersa solo negli ultimi mesi dalle ricerche archeologiche» spiega Romandetti, indicando un pezzo di affresco che raffigura un angelo in adorazione. Lì, dovrà sorgere il museo di Sant'Orsola, che raccoglierà tutti i reperti rinvenuti nei secoli nel convento. L'illusione. Nell'altra chiesa, quella originaria voluta delle benedettine, invece sono in corso gli scavi della Gioconda. Nelle tombe sono state rinvenute numerose ossa e, ora, si aspettano i test del Dna per verificare se uno degli scheletri appartenesse alla Madonna fiorentina ritratta da Leonardo Da Vinci. Se così fosse, quell'area archeologica potrebbe diventare una gallina dalle uova d'oro. Il bando di concessione, pubblicato in questi giorni, scadrà ad aprile. Entro allora gli investitori interessati dovranno presentare un progetto preliminare e una relazione, per spiegare cosa intenderanno fare dell'ex convento. Tra la Gioconda, la struttura ancora sana e i pochissimi vincoli, l'occasione, anche in tempi di crisi, è quella dei grandi saldi. Per Sant'Orsola sembra l'ultima chiamata. Un altro fallimento significherebbe l'addio alle speranze. Ma forse anche l'occasione per decidere che al posto di quel convento di cui resta ormai quasi solo il nome (e dire che è patrimonio protetto dall'Unesco), si potrebbe fare un bel parco cittadino.