Le risorse per la conservazione vanno separate da quelle per lo sviluppo La questione della cultura nella storia italiana per un verso ha un'antica e consolidata centralità che risale all'autunno del Medio Evo e attraversa intera la civiltà del Rinascimento e del Barocco, affrontando il processo della modernizzazione con alcune specificità che finiranno per segnare il diverso destino dell'organizzazione dello Stato, il quale conserverà nella penisola caratteri e dimensioni feudali o comunali in perenne conflitto con il consolidarsi di una civiltà nazionale: da un lato, quindi, la cultura letteraria e artistica, nonostante il mecenatismo dei principi, resterà nella sostanza affatto autonoma dal potere politico e quindi autoregolamentata secondo il modello della Repubblica dei letterati, dall'altro, sarà decisivo il ruolo della committenza, spesso difficilmente distinguibile tra pubblica e privata, anzi con un importante contributo di chiese e conventi. Le cose cambieranno solo dopo la rivoluzione del 1789 e il diffondersi dell'ideologia giacobina e dell'amministrazione napoleonica, che imposero, soprattutto nel Nord del paese, modelli di organizzazione di maggior respiro spaziale e con ben più larghe competenze, indispensabili per coinvolgere nel governo della cosa pubblica i ceti medi urbani, offrendo loro l'opportunità di percorsi formativi ben più ricchi, a cominciare dai «generi» più popolari del teatro e del romanzo. Tutta la cultura europea, a cavallo tra XVIII e XIX secolo, anche oltre la Restaurazione, si adeguò a quel modello francese e, pertanto, riprodusse analoghe strutture per rispondere alle stesse esigenze della comunità, certo declinandole in modi assai diversi a seconda degli obiettivi politici che i vari regimi si proponevano. La straordinarietà italiana rese meno evidente l'affermarsi della «politica culturale» moderna, cosicché un ruolo decisivo nell'elaborazione dei nuovi codici per la conservazione e la tutela del patrimonio storico toccò proprio a viaggiatori e visitatori stranieri, che divennero sempre più numerosi ed entusiasti, forti anche di esperienze amministrative più moderne che attribuivano allo Stato e alle sue articolazioni responsabilità e compiti ben più invasivi. Perché una politica educativa e culturale potesse svilupparsi in Italia si dovette, dunque, attendere l'unificazione e la democratizzazione della nazione, e quando il nuovo Stato si decise ad affrontare la questione divenne inevitabilmente prioritaria l'organizzazione della scuola di base prima e di quella professionale e universitaria poi, oltre alla razionalizzazione dalla rete di istituzioni culturali che non poteva non tener conto della varietà delle esperienze dei diversi contesti territoriali: il risultato fu che di una vera e propria politica culturale non si parlò fino all'affermarsi del regime fascista, il quale si impadronì rapidamente delle ideologie della modernizzazione rielaborando in una prospettiva coinvolgente l'intera società i progetti di educazione popolare, tanto che divenne indispensabile immaginare un centro decisionale e amministrativo - un ministero - che gestisse l'intero sistema culturale. Il ruolo politico e propagandistico svolto dal Minculpop determinò la sua cancellazione nell'ordinamento repubblicano, che nacque all'insegna della libertà individuale contro ogni pretesa di dirigismo statuale, valorizzando il pluralismo degli enti locali o di altre «autonome» iniziative. Proprio negli anni della grande modernizzazione del Paese, tra la prima e seconda metà del secolo, si affiancò alle istituzioni pubbliche o volontaristiche la prepotente crescita di una vera e propria industria culturale orientata a soddisfare desideri e bisogni di un pubblico sempre più disposto a mettere mano al portafoglio pur di esercitare le proprie scelte. Alla fine degli anni Cinquanta si impose, dunque, una sorta di dualismo culturale che non trovò più una ricomposizione unitaria: se da un lato lo Stato, nelle sue più diverse articolazioni, si proponeva di incentivare e diffondere una cultura «alta», dall'altro l'industria culturale rinnovava i propri «prodotti», inseguendo i consumi e le mode. È in questo contesto, profondamente trasformato dall'industrializzazione, che rinasce in Italia, il ministero dei Beni Artistici e Culturali, preoccupato soprattutto della conservazione e della tutela del patrimonio. A complicare le cose nel corso dei successivi decenni intervenne un sempre più invadente intervento dello Stato nell'organizzazione della vita pubblica, che paradossalmente coincideva con il tramonto del welfare. Ora è evidente che questa politica ha prodotto più mostri (o mostre) che modelli e che ora è necessario segnare una svolta che annunci la conclusione di un'epoca e l'avvento di una stagione diversa. È il momento, quindi, di chiudere il Mibac, rinunciando per sempre all'ideologica utopia giacobino-napoleonica, e ricominciare da capo senza più confondere le risorse utili e necessarie allo sviluppo - innovazione e creatività - con i beni da conservare, le cui esigenze sono tutt'altro che complementari.
Il ministero dei Beni culturali? Chiudiamolo e ricominciamo
Riassunto in 200 parole:
La cultura italiana ha una storia complessa e affascinante, con una centralità significativa fin dal Medio Evo. Tuttavia, la sua evoluzione è stata influenzata dalle ideologie politiche e sociali del tempo, come il modello francese della Rivoluzione e dell'Impero napoleonico. La politica culturale italiana è stata caratterizzata da una forte separazione tra la cultura alta e la cultura popolare, con la cultura alta spesso legata al potere politico. La democratizzazione della nazione e l'unificazione hanno portato a una maggiore attenzione alla cultura popolare e alla scuola di base.
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Bene culturale
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