Il maestro a San Pietro a Majella: «Inaccettabile affidare le istituzioni musicali a chi non ne capisce nulla» «La cultura? È diventata una parola svuotata. Cultura significa saper custodire e valorizzare i tesori immensi del nostro Paese, come il Conservatorio di Musica di Napoli, la sua meravigliosa Biblioteca, i suoi talenti, i suoi manoscritti e i cimeli che ne fanno un luogo unico al mondo. Lo devono fare i napoletani? No. Lo devono fare i governanti? Sì». Riccardo Muti, celebrato per un intero, memorabile pomeriggio ieri al San Pietro a Majella in occasione dell'intitolazione a suo nome della Sala dell'ex foyer, attualmente dedicata all'esposizione su Verdi e Napoli, unitamente alla consegna del Premio creato dal direttore Elsa Evangelista per gli artisti napoletani che hanno reso onore alla Scuola musicale napoletana, parla chiaro dinanzi al pubblico soprattutto di giovani che affolla fino sopra alle ultime file la Sala Scarlatti. C'è anche l'intero staff del Teatro San Carlo, Alessio Vlad dell'Opera di Roma, l'assessore Nino Daniele, ad ascoltarne le parole di fuoco al contempo smussate da un pizzico di sano umorismo mediterraneo. Lancia strali alla nuova generazione di direttori che «saltano sul podio e muovono la bocca come pescecani osserva mimando vestiti in foggia assurda, meglio se spettinati. Sono nato a via Cavallerizza numero 14 e se, sul podio, vogliamo fare i Pulcinella, senz'altro so come fregarli tutti. Bisogna insomma incalza ricostruire la scuola dei direttori d'orchestra italiani. Bisogna garantire un futuro agli oltre cinquemila ragazzi che escono, spesso a pieni voti, dai Conservatori d'Italia. Sono loro a dover suonare negli organici dei teatri, a dover insegnare e soprattuto a dover guidare istituzioni musicali oggi affidate a chi con la musica non c'entra proprio niente. Chi ci governa deve capire quanto le orchestre possano essere fonte di cultura, e non organizzazioni assistenziali. Certo, vedo oggi il futuro per i giovani assai difficile: la vita dei teatri è in gravissima crisi, e non parlo solo del San Carlo o dell'Opera di Roma, bensì dell'Italia intera. Una crisi che è della società, della nostra cultura. È necessario ricordarci dei nostri beni non solo quando cade un muro a Pompei o quando tali tesori vengono profanati. Abbiamo un patrimonio unico al mondo. Impariamo a valorizzarlo come farebbero gli americani che non hanno neppure un decimo di quello che possiamo vantare noi». Le dichiarazioni del maestro Muti giungono al termine di un lungo itinerario al San Pietro a Majella, iniziato poco dopo le ore 16 tra grandi emozioni e tante persone, fra allievi, vertici, docenti, fotografi e giornalisti. Contrariamente alla tabella di marcia prevista, non dallo spazio da oggi ribattezzato «Sala Riccardo Muti» bensì dal primo piano del Conservatorio è partita la sua visita. In prima battuta, la sala dei professori, scrutando foto per foto le immagini che passano in rassegna i maestri della grande Scuola: riconosce Gennaro Napoli e il suo maestro di pianoforte nonché di una musica in toto, Vincenzo Vitale. Non Sergio Fiorentino. Poi si dirige nella Biblioteca guidato, stavolta dal vertice Francesco Melisi: guarda l'autografo di Mozart, si lascia fotografare accanto all'arpetta Stradivari, suona gli strumenti da tasto di Cimarosa e Paisiello. Si dice commosso e approva con un «bravi» l'idea di aver intitolato le diverse sale con i nomi più illustri passati per quelle stanze, Florimo in primis. Nell'uscire da un luogo la lui definito come «sacro» si sofferma ancora per un attimo dinanzi al dipinto di Paisiello e, sottovoce, commenta: «erano pugliesi». Poi, all'improvviso, decide di salire al secondo piano per rivedere, per la prima volta dopo la sua uscita dal Conservatorio di Napoli per entrare in quello di Milano, l'aula in cui faceva lezione di pianoforte con il suo maestro. Tanta la commozione e la meraviglia nel vederla più ricca di come la ricordasse: «c'era solo una luce al centro, un pianoforte, delle sedie impagliate. Un'immagine che ho spesso raccontato agli allievi americani, avvantaggiati da aule superaccessoriate, ma prive della nostra storia. Io camminavo dove hanno camminato i maggiori maestri, Mercadante, Cilea». Nella stanza del direttore Elsa Evangelista, si sofferma invece su quella stessa mattonella sulla quale, nei primissimi anni Sessanta, l'allora vertice Jacopo Napoli lo invitò per la prima volta a intraprendere la strada per il podio. Alle 17,30, quindi, scopre la targa, scherza con i fotografi e scruta in silenzio tutte le bacheche sull'esposizione dedicata a Verdi. Ed è da qui che Muti fa le sue dichiarazioni più stringenti. «Qui si è soliti calpestare la grande storia». Glissa ancora sui recenti eventi del San Carlo, ribadisce il suo appello ai politici, si dice sorpreso nell'aver rilevato il respiro finalmente europeo, rispetto ai suoi tempi, degli spazi allestiti fra Biblioteca e la Sala da oggi a lui dedicata. Poi, il momento del conferimento del premio e dei doni (la copia anastatica dell'autografo del Quartetto di Verdi e la bacchetta con il manico di corallo e il volto di Verdi firmata Ascione), della musica eseguita dagli allievi, delle sue parole commosse, della critica al cambiamento, a suo avviso in peggio, della Sala Scarlatti, del rigore degli insegnamenti ricevuti. In merito, le sue battute di chiusura «Quando arrivai alla Scala di Milano, i musicisti commentarono: ma proprio l'unico napoletano che ha voglia di lavorare ci doveva capitare? Ebbene, Napoli non deve essere fraintesa. La vera napoletanità conclude guardando l'uditorio intero è severità. Ma con la possibilità di un sorriso ».
Muti: Cari politici, ora salvate i tesori di Napoli
Il maestro Riccardo Muti ha tenuto un discorso al San Pietro a Majella, in occasione dell'intitolazione della Sala dell'ex foyer a suo nome. Ha parlato della cultura e della musica napoletana, sottolineando l'importanza di valorizzare i tesori del Paese. Ha criticato la nuova generazione di direttori che saltano sul podio senza conoscere la musica, e ha lanciato un appello ai politici per garantire un futuro agli oltre cinquemila ragazzi che escono dai Conservatori d'Italia. Ha anche parlato della crisi dei teatri e della necessità di ricordare e valorizzare il patrimonio culturale italiano. Il maestro ha anche visitato il Conservatorio di Musica di Napoli, dove ha visto la stanza in cui faceva lezione di pianoforte con il suo maestro.
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