«Corte dei Conti per Ca' Foscari» VENEZIA Una segnalazione alla Corte dei Conti. Nella «guerra» sulla vendita dei palazzi da parte di Ca' Foscari si apre un nuovo fronte, rilanciato ieri dal senatore del Pd Felice Casson: «Chiederemo alla Corte di valutare la congruità delle stime sugli immobili». In particolare nel mirimo ci sarebbe non tanto la valutazione dei tre palazzi in vendita, ma quella «esagerata» di Ca' Sagredo, l'immobile coinvolto nello scambio. «Così si svende Venezia - attacca Italia Nostra - è uno scempio, una mercificazione». VENEZIA Nel dibattito sulla vendita dei palazzi di Cà Foscari ora entra in campo la Corte dei Conti. E, meglio, a tirarla in ballo per lo scambio tra Cà Cappelo, Cà Bembo e Palazzo Cosulich con Cà Sagredo sarà il senatore del Pd Felice Casson, che lo ha riferito ieri in Sala San Leonardo al dibattito organizzato da docenti e studenti di fronte a oltre 200 persone. «La Corte potrebbe procedere anche d'ufficio ma faremo richiesta come senatori del Pd portando anche le nostre interrogazioni parlamentari - ha spiegato Casson - vorremmo che fosse valutata la congruità delle stime su tutti e quattro i palazzi». Perché mentre sulle stime dei tre palazzi «in vendita» i conti sembrano tornare (ognuno è stato valutato tra i 4 e i 5 mila euro al metro quadro), i conti non tornerebbero invece per Cà Sagredo, che apparentemente non ha lo stesso valore (almeno da un punto di vista storico) e che però ha ricevuto la stessa valutazione. La querelle sembra avere storia antica. «A far salire vertiginosamente il valore di quell'immobile sarebbe stata una compravendita del 2004, quando la Sparim spa, società del gruppo Cassa di Risparmio decise di acquisire dalla Cà Sagredo srl otto immobili dismessi da Enel acquistati pochi mesi prima ad un prezzo notevolmente inferiore - dice Thomas Newbold, del collettivo per la difesa dei beni artistici e culturali di Cà Foscari - un'inchiesta ha dichiarato però le trattative legittime, essendosi svolte tra privati. Altro è decidere che l'università debba accodarsi a quelle cifre». La voce dell'assemblea su questo punto è unanime e sottolinea che di questi aumenti repentini di valutazione, sarebbe stato necessario tenerne conto nella trattativa. Ma non è andata così. Semplificando: la valutazione dei palazzi «in vendita» è al livello minimo possibile, mentre il palazzo «comprato» è stimato al massimo. «Si potrebbe anche dire: si tratta di un sacrificio che però comporta grandi vantaggi nell'utilizzo dei palazzi - dice Guglielmo Cinque, decano dell'università veneziana - questo però non è affatto vero». La questione si fa tecnica, e intanto in sala si parla anche di idee. Del ruolo che l'università dovrebbe avere in città. «Siamo di fronte all'ennesima scelta di svendere Venezia - dice Lidia Fersuoch presidente di Italia Nostra Venezia - siamo al massimo grado di scempio, alla mercificazione». «Non vedo di cosa dovremmo parlare se non di cultura - aggiunge Ilaria Gervasoni dell'Udu - il nostro obiettivo finale è bloccare questa situazione. Visto quello che si è mosso, vista la risposta e l'adesione dei docenti, credo che il rettore dovrebbe fermarsi». Lo farà, forse, su richiesta della Corte dei conti. «L'autonomia dell'università, quando si tratta di patrimonio pubblico, non c'entra, la Corte dei conti può esprimersi - specifica Casson - e, nell'eventualità di un'incongruità, chiamare il rettore alla sua responsabilità contabile».