La nuova «questione romana», stavolta in termini di bilancio, anzi di sbilancio, è particolarmente grave perché in essa si assomma tutta una serie di ritardi, imprevidenze, inadeguatezze. Politiche e culturali. Al centro v'è una Capitale amatadetestata che comunque non ha in una parte del Paese la considerazione di cui godono Parigi, Londra, Berlino o Vienna. E «considerazione» vuol dire alcune cose di sostanza. Vuol dire un'amministrazione spesso speciale; vuol dire un posto addirittura al tavolo del governo quando si discutono i suoi problemi; vuol dire una dotazione di risorse degna di una capitale. Invece il Comune di Roma, per decenni, ha ricevuto dallo Stato meno trasferimenti erariali, cioè meno soldi per abitante, di quanti ne ricevevano Napoli o Bari (e si può capire), ma anche Milano o Firenze (e questo proprio no). Poi è venuta la legge per Roma Capitale (1989) decisa qualche tempo prima dal governo Craxi (ministro Mammì). Con fondi però altalenanti, a volte ingenti (servirono nel 1995 per il nuovo Auditorium, ad esempio, con 254 miliardi di lire), a volte no. Azzerata con la nuova legge del 2010 di fatto da avviare. Per decenni, dopo il 1946, finiti i privilegi "imperiali" di Mussolini (che peraltro cancellò gran parte dell'ottima rete tranviaria esistente sino al 1925), la doppia Capitale ha dovuto fare da sé. Pur essendo sede di tutte le grandi istituzioni, di circa 200 ambasciate fra Italia e Santa Sede (che non pagano tutti i servizi), con un traffico quindi più complicato, specie durante le numerose visite di Stato, o per i raduni ecumenici, per i cortei sindacali, di protesta, che rallentano vistosamente è un dato di fatto, non un giudizio la circolazione nella sola vera metropoli italiana (2,7 milioni di abitanti nel Comune). In cui è concentrato quasi un terzo di musei, gallerie, biblioteche, accademie delle 17 città metropolitane, da Milano a Palermo, nonché dei loro uffici pubblici. Eppure, a sentire certi discorsi leghisti, essa non è più difficile da maneggiare di una cittadina del Varesotto. Ma a quanto ammonta l'indebitamento di Roma e a chi risale? Secondo Massimo Varazzani (Fintecna), detto anche "signor Millepoltrone", nominato nel 2010 commissario straordinario per il debito pregresso, ammonta ora a 14,9 miliardi di euro, più 800 milioni di parte corrente. L'amministrazione in carica non ha colpe di sorta se non quella di non aver denunciato subito e con forza la bella "eredità" ricevuta dalla giunta Alemanno e di non aver proposto un proprio sollecito, dettagliato piano di rientro. Va precisato che il duo Alemanno-Tremonti creò, alla maniera dei privati più spregiudicati, una "bad company" in cui stivare e amministrare (smaltire possibilmente) a parte, in via commissariale, quella montagna di miliardi di debiti del passato, ma per poter avere così mano libera nella spesa corrente. Che difatti è tornata a correre col centrodestra assieme alle assunzioni clientelari di massa in aziende pubbliche come Ama e Atac, con parentopoli, dirigenti strapagati e giù nel baratro. Tremonti poi fece passare in modo anomalo nel 2009 un piano di rientro che nessuno volle firmare al ministero dell'Economia, allegandolo ad un decreto blindato con la fiducia. Tutto ciò va detto per capire le difficoltà attuali. Difficoltà anche tecnico-legislative sottovalutate dalla maggioranza del governo Letta e quindi anche dal Pd nazionale che hanno finito per ficcare il cosiddetto "salva-Roma" (in realtà tasse pagate dai romani da restituire alla città) su di un pasticciato decreto-omnibus. Il primo fatto ritirare dal presidente Napolitano. Il secondo presentato in forma tale da fornire nuovi appigli all'opposizione di Lega e M5s, passati poi, ed è grave, ad un vero e proprio ostruzionismo. Che la dice lunga sul senso di responsabilità degli attuali oppositori. Ma più d'uno si chiede anche perché, quando c'erano di mezzo Bankitalia e banche, si è andati per le spicce con la "tagliola", mentre per Roma Capitale si è evitata la linea "dura". Probabilmente perché su quell'omnibus si erano di nuovo imbarcati altri argomenti in modo incoerente. Ci si chiede anche perché il sindaco Ignazio Marino che pure ha assunto poi talune incisive misure di "pulizia aziendale" abbia atteso tanto per denunciare la voragine creata dal suo predecessore in termini di spesa corrente e abbia minacciato il blocco di tutta Roma come se fosse un antagonista del governo sottolineando che, nel blocco dei trasporti, erano «fortunati i politici del Palazzo che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare, i romani invece non potranno girare fin quando la politica non si sveglierà». Toni imbarazzanti. Ora una soluzione il governo Renzi a fatica la troverà. Per il 2013. Per l'anno in corso occorrono però interventi strutturali su spese eo aziende.
La tempesta perfetta
Il Comune di Roma è affrontato da una grave questione di bilancio, con un indebitamento di 14,9 miliardi di euro. La situazione è aggravata da politiche e culturali inadeguate, e la capitale italiana non ha ricevuto trasferimenti erariali sufficienti. La legge per Roma Capitale del 1989 ha creato una situazione di anomalia, con fondi altalenanti e una "bad company" che ha amministrato i debiti del passato. L'amministrazione attuale non ha denunciato subito la situazione e non ha proposto un piano di rientro. Il governo Renzi ha trovato una soluzione per il 2013, ma per l'anno in corso sono necessari interventi strutturali su spese e aziende.
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