Il Martirio di San Giorgio fa da star alla National Gallery Un accordo tra galantuomini, il frutto di un «capolavoro di politica diplomatica internazionale». È quello che la National Gallery di Londra e il Museo di Castelvecchio hanno stretto in nome di Paolo Caliari detto il Veronese, dove invece di fare a gara tra chi arriva prima, i due musei hanno aperto una stagione di fertile collaborazione. Testimone e protagonista di questo accordo è la grande pala d'altare con il Martirio di San Giorgio che da quattro mesi ha lasciato la sua sede abituale, la chiesa di San Giorgio in Braida a Verona, per essere indagata e restaurata, a cura della Soprintendenza ai Beni Artistici in collaborazione con l'Università di Verona e il Cnr di Firenze. La stessa pala che tra pochi giorni partirà alla volta di Londra dove il 19 marzo si aprirà la mostra «Veronese: Magnificence in Renaissance Venice». E da lì il 15 giugno il magnifico dipinto farà ritorno a Verona, dove continuerà a essere la star di un'altra mostra, sempre dedicata a Veronese. Quella che si aprirà alla Gran Guardia il 5 luglio, mostra che con quella londinese condividerà circa venticinque opere, e che, rispetto a quella, si differenzia per una cospicua componente di disegni che faranno entrare i visitatori nel vivo del concepimento delle opere nella bottega del maestro. È solo in virtù di questo prezioso prestito di un'opera che si ritiene fondamentale nella carriera artistica di Veronese che nella nostra città e anche attraverso questo dipinto della maturità ha preso avvio e si è affermata, che la National Gallery presterà a Verona opere che quel museo non hanno mai lasciato, come le Quattro allegorie dell'amore. Un dietro le quinte affascinante raccontato da Ettore Napione, conservatore delle raccolte del Museo di Castelvecchio, e da Ilaria Turri che della mostra riveste la segreteria organizzativa (Paola Marini, co-curatrice della mostra insieme a Bernard Aikema, era assente sempre per motivi legati all'organizzazione). «Una mostra su cui il Comune sta investendo molto», come ha spiegato la consigliera Antonia Pavesi ieri sera alla presentazione del restauro del dipinto, e dietro alla quale sta la sinergia con la Soprintendenza ai Beni Artistici diretta da Saverio Urciuoli. Grazie alle indagini attuate con sistemi diagnostici non invasivi del laboratorio Laniac dell'Università di Verona, il dipinto ora non ha più misteri: gli strumenti, come ha raccontato Paola Artoni, hanno rivelato la natura di ogni singolo pigmento, se fatto di terre o di minerali, così come la stratificazione nel concepimento di ogni immagine, pentimenti compresi. Una serie di importanti dati in più per conoscere la natura del genio artistico di Veronese, nella sua duplice componente di creatività e sapienza tecnica, e per imparare a conservare al meglio l'opera. Opera che già a ridosso della seconda guerra mondiale era stata restaurata in maniera non altrettanto rispettosa nella parte superiore. Ma l'importanza di questa tela, dipinta ipoteticamente nel 1564, non sta solo nella sua stupenda luminosità, nella brillantezza dei colori e nell'ardimento della composizione, con quell'angioletto che si tuffa a testa in giù sul santo per consegnargli la palma del martirio, proprio nel momento in cui il santo avrebbe ancora la possibilità di salvare la pelle, confessando un altro credo. Proprio qui, come ha raccontato Saverio Urciuoli, sta la chiave dell'importanza del dipinto, che non a caso a Londra avrà una posizione strategica, all'inizio del percorso espositivo: «Un dipinto che è soprattutto un chiaro manifesto politico in difesa del cattolicesimo contro il dilagare del protestantesimo. Si svelano così le scelte iconografiche dell'autore, che mette la triade delle virtù cardinali, decretate come fondamentali al Concilio di Trento, fede, speranza e carità, al cospetto della Madonna come testimoni del martirio. Il tutto mentre San Giorgio afferma la forza del libero arbitrio».