Al Guggenheim di New York, sabato 22 febbraio, si è accesa la protesta contro lo sfruttamento dei lavoratori ingaggiati nella costruzione del Guggenheim di Abu Dhabi e contro i salari minimi previsti per alcune categorie di impiegati all'interno dello stesso museo di New York. Un'iniziativa che fa riflettere ancora una volta sulla rapporto tra arte ed etica. Uno squillo di tromba, una lingua di striscioni argentati, e una frase ripetuta 5 volte: "Who is building the Guggenheim Abu Dabi?". Inizia così la protesta che ha avuto luogo sabato 22 febbraio al Guggenheim di New York. Una protesta pacifica, durata meno di mezz'ora, ma che ha espresso tutte le dolorose preoccupazioni per il futuro dell'arte, o meglio per il rapporto tra arte e società, tra cultura e diritti umani. Un tema in coordinato con la mostra inaugurata all'interno del museo a spirale, il 21 febbraio, Italian Futurism. A capo della protesta ci sono gli attivisti di Occupy Museum, un movimento nato sulla scia di Occupy Wall Street, che lotta per porre fine alle ingiustizie economiche perpetrate nel mondo dell'arte e della cultura. Poi c'è G.U.L.F. (Global Ultra Luxury Faction), un collettivo di artisti, professionisti dell'arte e accademici che fin dal 2011 si occupa della questione. Hanno partecipato, infine, anche studenti e docenti di alcune Università di New York. Quello che hanno portato all'attenzione in quei pochi minuti di protesta è stata la condizione pessima di lavoro in cui si trovano gli operai impiegati nel cantiere del Guggenheim, in costruzione nella favolosa quanto crudele "Isola della Felicità", Saadiyat Island, di Abu Dhabi. Nella lussuosa isola artificiale, oltre al Guggenheim, sono in costruzione anche il Louvre Abu Dhabi, e il Sheikh Zayed National Museum (in collaborazione con il British Museum). Lusso sfrenato da un lato e povertà e sfruttamento dall'altro. È giusto che l'arte si pieghi a questi compromessi? I lavoratori ingaggiati nella costruzione dei mega musei provengono per la maggior parte da India, Pakistan, Bangladesh, Nepal e Africa. I loro salari e le loro condizioni di lavoro ledono i principali diritti umani. "I musei non dovrebbero essere costruiti sulle spalle di lavoratori sfruttati", riportano i flyer distribuiti durante la protesta. I lavoratori sfruttati non sono solo quelli di Abu Dabhi, però. Anche alcune categorie di impiegati all'interno dello stesso Guggenheim di New York sono sottopagati. Altro cardine della protesta di sabato è stato, infatti, il salario che spetta agli addetti della guardiania del museo, 10 dollari all'ora, una cifra che, sostengono i manifestanti, non rientra nel salario minimo necessario per sopravvivere a New York. Dalla protesta è scaturito un serrato botta e risposta con il direttore della Fondazione Guggenheim, Richard Armstrong, il quale ha dichiarato che il museo si impegnerà affinché i diritti dei lavoratori di Abu Dhabi vengano rispettati. Ci ha tenuto a precisare, poi, che il cantiere della filiale di Abu Dhabi non è stato ancora aperto e i lavori non sono iniziati. Una dichiarazione che, ovviamente, non ha soddisfatto i manifestanti: altre fonti, alquanto attendibili, testimoniano un inizio dei lavori nel 2011, anno in cui già gli artisti chiamati ad esporre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, avevano boicottato il museo per protesta. Questo pomeriggio, infatti, un ulteriore manifestazione è prevista al NYU's Global Center for Academic Spiritual Life. D'altra parte, alla richiesta del G.U.L.F. di un incontro pubblico il 1 marzo per discutere la questione, il Guggenheim si è rifiutato. Come si può ben capire, la lotta alla giustizia sociale e al rispetto dei diritti umani, anche in seno al mondo dell'arte e della cultura, è ancora molta lunga. La protesta che si è svolta al Guggenheim di New York e l'opera degli attivisti impegnati in essa deve essere, però, di esempio e di sprone per ribellarsi ad un sistema che, purtroppo in tutto il mondo, spesso si macchia di colpe che di certo non si addicono alla nobiltà dell'arte e del messaggio di cui è portatrice. Pare opportuno, quindi, concludere con parte del manifesto che è stato esposto dai manifestanti all'interno del Guggenheim: "Culture is not a Debt Spiral! Art should not violate Human Rights! Art is not a luxury asset of the 1! Art is an act of freedom not bondage! Exploitation is not the Future of Art!"
E' questo il futuro dell'arte? E al Guggenheim si protesta
Sabato 22 febbraio, un gruppo di attivisti ha organizzato una protesta pacifica al Guggenheim di New York contro lo sfruttamento dei lavoratori ingaggiati nella costruzione del Guggenheim di Abu Dhabi. La protesta ha espresso preoccupazioni per il futuro dell'arte e per il rapporto tra arte e società, tra cultura e diritti umani. I lavoratori ingaggiati nella costruzione del Guggenheim di Abu Dhabi provengono per la maggior parte da India, Pakistan, Bangladesh, Nepal e Africa e sono sottopagati. Alcune categorie di impiegati all'interno dello stesso Guggenheim di New York sono anche sottopagate. La protesta ha anche sollevato la questione del salario minimo necessario per sopravvivere a New York.
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