Bray succederà a Bray?! E se così non fosse, che gestazione avranno i decreti attuativi della legge "Valore cultura" e la riforma del Ministero?! E "nihil novi", da Renzi, in materia di cultura e media?! In queste ore, sono in corso le consultazioni per la formazione del possibile Governo a guida Renzi. Ovviamente la parola "cultura" non emerge nell'agenda delle solite "priorità" di sempre. Non entriamo nel merito di una valutazione sulle chance concrete di formazione e quindi fiducia rispetto al nuovo esecutivo: ci limitiamo ad osservare che, oggettivamente, la crisi è stata extra-parlamentare (non si deve essere necessariamente grillini per sostenerlo), e che, oggettivamente, il comportamento di Renzi nei confronti del compagno di partito è stato proprio scortese (eufemismo). L'idea di un Presidente del Consiglio così giovane è comunque già, di per sé, una bella provocazione, in un Paese come il nostro, tanto abituato alla gerontocrazia. Un sorriso ci ha provocato però la conversazione telefonica tra Fabrizio Barca ed un sedicente Nichi Vendola (geniacci veramente, questi burloni de "La Zanzara" di Radio24!): "Non c'è un'idea c'è un livello di avventurismo non essendoci un'idea, siamo agli slogan". Molti slogan stiamo in effetti ascoltando. E, secondo alcuni osservatori, Renzi sembra proprio soffrire di quello stesso gusto per la "plasticità" post-moderna (lo slogan ad effetto, la battuta arguta, la velocità di reazione, la prossemica istrionica) cui ci hanno abituato ahinoi vent'anni e più di pratiche berlusconiane, con il bel risultato di una politica spesso di plastica: molto marketing-oriented, molto immaginifica e poco contenutistica. Qui ci interessa osservare se il candidato premier abbia mostrato particolari sensibilità verso la cultura ed i media: a naso, ci sembra di no (al netto degli slogan, intendiamo), ma forse sono sfuggite al nostro monitoraggio. Non ci è certo sfuggito che, ad inizio dicembre, il neo Segretario del Pd, in occasione della nomina della sua segreteria, non ha nominato un responsabile settoriale, precisando che "la delega alla cultura la tiene il segretario, visto che come del resto a Firenze reputo il tema di centrale importanza, e ci tengo a seguirlo direttamente". Ed è di ieri (17 febbraio) una dichiarazione relativa al Teatro Valle, sintomatica di posizioni non esattamente radicali: "Quando mi dicono che, per salvare la cultura, bisogna fare come stanno facendo al Teatro Valle, io dico che ci sono altre soluzioni". E si riferisce a quel che lui (ovviamente il Super-Matteo), da Sindaco di Firenze, avrebbe fatto rispetto al Teatro della Pergola, uno dei più antichi d'Europa: esistono effettivamente dei punti di contatto (anche la Pergola, di proprietà demaniale, era gestito dall'Ente Teatrale Italiano, quell'Eti opinabilmente smantellato e poi incorporato nel Ministero), ma in quel caso il Mibact lo concesse ad un Comune (come avvenuto peraltro a Roma) che nel caso di Firenze si rivelò presto parte attiva nella costituzione di una fondazione di diritto privato Nel caso di Roma, si assiste invece ormai da anni ad una indegna inerzia sia del Comune (che sia Sindaco Alemanno il destrorso o Marino il sinistrorso, sigh!) sia del Ministero (OrnaghiBray), a fronte di una vivace occupazione "estremista", ed alla costituzione, da parte dei barricaderi, di una fondazione sperimentale, alla quale il Prefetto di Roma, in questi giorni, ha peraltro negato la personalità giuridica Il Valle è in verità una papocchia giuridico-amministrativo-politica tipica dell'Italia d'Arlecchino Insomma, è vero: ci sono anche "altre soluzioni", ma attendiamo di vedere quali, allorquando Renzi avrà certamente un concreto potere di indirizzo rispetto al Ministro che verrà. E chi verrà dopo Bray, se non lo stesso Bray (semmai Renzi accettasse un compromesso coi "rottamati" dalemiani)?! La indisponibilità di Alessandro Baricco non ci è parsa un bel segno. E dei nomi che circolano in queste ore che dire?! Il segretario dei socialisti italiani Riccardo Nencini è persona colta (e garbata non meno di Bray), ma non ci sembra abbia una specifica preparazione. Matteo Orfini rappresenta senza dubbio un'anima importante del Pd (i famosi "giovani turchi"), ed è culturologo qualificato ormai da anni, anche soltanto per la responsabilità affidatagli durante segreteria Bersani Un altro possibile candidato è Andrea Marcucci, già Sottosegretario ai Beni e le Attività Culturali (con il Prodi II), ed attualmente Presidente della Commissione Cultura del Senato, che è peraltro schierato nelle fila di Renzi Senza dubbio ben qualificata sarebbe anche un'altra renziana qual è Silvia Costa, l'europarlamentare che tanto si è battuta per il programma "Europa Creativa": il suo nome non è ancora emerso sui media, ma scommetteremmo seriamente su una sua possibile nomina, sottosegretaria se non ministro Quando ieri abbiamo letto alcuni titoloni su un possibile "Moretti ministro", per un attimo abbiamo avuto un sussulto (sarebbe una notizia eccezionale, quanto incredibile, come l'ipotizzato Saviano alla Giustizia), presto delusi dall'osservare che si trattava della candidatura non del battagliero Nanni bensì dell'omonimo Moretti Mauro, super-manager (dicunt) che potrebbe andare dalle Ferrovie dello Stato nientepopodimeno che al Ministero dell'Economia. Quel che è evidente è che, nelle "priorità" annunciate da Renzi, la cultura non c'è: prospetta già il Nostro, prima della fiducia parlamentare, una riforma al mese (ottimismo della volontà o delirio di onnipotenza?!): istituzioni (febbraio), lavoro (marzo), pubblica amministrazione (aprile), fisco (maggio) Ed a giugno?! E a luglio?! E dopo??? E che dire dell'appello promosso su internet con il simpatico slogan (che parafrasa quello di una nota marca di orologi) "toglietemi tutto, ma non il mio Bray"?! Alcuni suoi amici ed estimatori, temono il peggio, ovvero che la prospettiva di medio-lungo periodo disegnata da Bray venga vanificata da un successore meno sensibile. Mah! Su Bray, eravamo (anche su queste colonne) e restiamo scettici. Se Stefania Brai (Responsabile Cultura del Prc), sulle colonne di "Liberazione", ha sostenuto qualche tempo fa (il 24 ottobre 2013), ben radicalmente, che la legge "Valore Cultura" è una versione moderna di quella privatizzazione della cultura messa in atto da tutti i governi di questi ultimi venti anni (precisando: "dico 'tutti' perché per fare un solo esempio la trasformazione delle istituzioni culturali pubbliche in fondazioni di diritto privato è opera del governo Prodi e del ministro Veltroni"), e se Tomaso Montanari ha sostenuto a chiare lettere che "il governo di Matteo Renzi ha proclamato forte e chiaro che Firenze è una merce, che la nostra città è una società di mercato in cui tutto è in vendita" e quindi ci si deve preoccupare per l'Italia tutta (intervento del 25 novembre 2013 all'assemblea pubblica su "Firenze non è una merce"), si resta comunque scettici rispetto ai risultati concreti che Bray ha ottenuto, al di là degli schieramenti ideologici. Molte sono le incongruenze della legge 112 del 2013, e la gestione dei decreti attuativi della legge entrata in vigore il 9 ottobre 2013: si tratterebbe di ben 17 decreti (secondo alcune interpretazioni), la gran parte ancora in alto mare. E che dire del turismo?! Bray, nel dicembre del 2013, ha ribadito che "a breve", sarebbe stato varato un decreto per il rilancio del turismo in Italia, ma, anche di questo, nessuna traccia. In occasione del "question time" del 30 gennaio 2014 il Ministro cortese ha sostenuto che i decreti per la riarticolazione del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) sarebbero stati emanati "a breve". Appunto. Ma, se cambia Ministro, è verosimile che questi decreti verranno rivisti e rimodulati, e si corre il rischio di andare alle calende greche: altro che "a breve"! Ad oggi, dei decreti attuativi di "Valore Cultura", s'è visto effettivamente assai poco: Pier Francesco Pinelli nominato "Commissario Straordinario" per la lirica, Giovanni Nistri e Fabrinzio Magani designati Direttore e vice del "Grande Progetto Pompei", ed è stato pubblicato il bando per la selezione dei "500 giovani" per la digitalizzazione del patrimonio culturale (il termine è scaduto venerdì scorso), provvedimento peraltro tra i più controversi. Come dire?! Speriamo bene. E che dire della bozza di riforma del Ministero, di cui abbiamo scritto su Tafter, anticipando dubbi e preoccupazioni che altri, più autorevoli di noi, hanno poi manifestato, e non soltanto "sindacalmente"?! Forse è bene che quella riforma non veda la luce, date le reazioni che ha registrato in molti ambienti, e non tutti esattamente "conservatori". Nel mentre, nessuno ha peraltro letto il "disperato" documento di Enrico Letta, quel dossier "Impegno Italia" reso noto il 12 febbraio: incredibilmente, conteneva riferimenti espliciti alla cultura, sebbene poco più di una paginetta dedicata a "cultura e turismo". Due le linee di intervento: "riformare l'intera governance del sistema turistico" (oh, perbacco!) e "rafforzare la gestione economica dei beni artistici e culturali" (oh, perbacco, bis!). "Come", in verità, non veniva ben spiegato, al di là dell'affermazione condivisibile: "Un'Italia più competitiva e giusta sa che cultura e paesaggio sono patrimoni da tutelare, ma rifiuta ogni logica di conservazione immobile o ideologica. Piuttosto considera entrambi motori irrinunciabili di sviluppo e innovazione e, dunque, riparte dalla piena valorizzazione della cultura e del potenziale turistico". Per la cultura, questo specificamente si legge: "incentivare e sviluppare i servizi aggiuntivi da dare in concessione ai privati"; incrementare i 'poli museali', soggetti dotati di maggiore autonomia amministrativa e più facilmente misurabili in termini di responsabilità e risultati; realizzare un piano straordinario per l'individuazione di 10 poli turistici, preferibilmente tra i siti Unesco, su cui indirizzare flussi Expo; estendere il modello sperimentato per il sito di Pompei su altre aree da valorizzare". Un po' poco, ci consenta, egregio past-Premier. E Letta si è peraltro dimenticato di tutto quel che è (era?!) in gestazione giustappunto con la legge 12213 ed i suoi decreti attuativi?! Boh! Riportiamo infine quel che Renzi ha telegraficamente ("of course, baby") scritto su Facebook poco più di un anno fa (per l'esatezza l'8 novembre 2012, provocando quasi 4mila commenti): "Tre proposte per rilanciare la cultura in Italia. 1. Il ministero dei beni culturali non funziona. È vittima dei burocrati. Bisogna avere il coraggio di dirlo e di cambiare. 2. In dieci anni hanno tagliato il 30 dei fondi pubblici per la cultura. È assurdo. Il governo non deve spendere meno, ma spendere meglio. 3. Non avremo mai investimenti privati se non cambiamo il regime fiscale, sul modello di quello americano. Vogliamo cambiare o preferiamo continuare col modello del tremontismo?". E ieri, a Firenze, Renzi ha sostenuto: "la cultura è un valore identitario ma anche un valore economico: sono posti di lavoro, il recupero della bellezza come fattore che dà risorse". Nihil novi, Matteo. Anche in questo caso, ci auguriamo che agli slogan seguano norme coerenti e efficaci (e decreti attuativi tempestivi e regolamenti chiari): e, soprattutto, budget adeguati, e razionalmente allocati (trasparenza trasparenza trasparenza). Bray ha ben predicato, ma mal razzolato, almeno in materia di risorse economiche. Vediamo se Renzi recuperà quel 30 dei fondi tagliati, e magari rilancerà. Altrimenti, temiamo che si tratti ancora una volta di belle dichiarazioni d'intenti. Che potrebbero essere controfirmate paradossalmente finanche da un Sandro Bondi. La cultura è "importante" e "centrale" anzi "fondamentale": certamente, ma, nel mentre, che il Grande Ragioniere della Spending Review continui a sforbiciare, qual che sia la cromia dell'esecutivo in carica Vediamo se Renzi vorrà contrastare, realmente, questa lenta e pericolosa deriva, che si riproduce da molti anni, tra infinite lacrime di coccodrillo del Ministro di turno e ipocrisie rituali di molti politici di professione. Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell'IsICult Istituto italiano per l'Industria Culturale