Un anno di studi per tracciare percorsi che le metropoli non offrono Cinque borghi d'eccellenza, un sito Unesco, un monumento naturale, 80 musei, 21 castelli, 22 siti religiosi, otto ecomusei, 280 roccoli, cinque parchi regionali e sei riserve naturali. Ma anche 84 strutture di ricettività alberghiera tra hotel, BB, ostelli, locande, agriturismi e rifugi, 63 realtà dedite alla ristorazione tra agriturismi, trattorie e aziende agricole: tutte strutture di micro business con marchi di qualità e di sostenibilità ambientale. Sono risorse culturali, naturali e ricettive del territorio su cui dovrebbe puntare la Bergamasca, mettendole in rete, per riuscire a far fermare i milioni di passeggeri che transitano dall'aeroporto di Orio, al momento diretti verso altre mete turistiche. È quello che propone la ricerca «Centralità dei territori» che l'Università presenterà martedì in un convegno internazionale. Lo studio realizzato dai geografi del Laboratorio cartografico Diathesis dell'università è durato un anno e ha mappato il territorio prendendo in considerazione le attrattive turistiche e le strutture ricettive cosiddette «minori», meno note, per poi associarle alle risorse turistiche delle altre sei città europee gemelle, con caratteristiche simili a Bergamo. Puntare su castelli, parchi e roccoli diventa fondamentale, secondo gli studiosi, per poter rivaleggiare con i grandi centri turistici calando l'asso delle peculiarità. Tra le bellezze orobiche si passa dal castello di Malpaga alla rocca di Romano, dal castello Gonzaga di Grumello del Monte a quello di San Vigilio, dall'ecomuseo delle miniere di Gorno al Parco delle Orobie, passando dalle riserve naturali della Valle del Freddo e del Fontanile Brancaleone fino al monumento naturale Valle Brunone e ai borghi di Cornello dei Tasso o di Lovere. Tante risorse conosciute, ma altrettante di cui anche molti bergamaschi ignorano quasi l'esistenza. Partendo dal concetto che in Italia le attrattive turistiche sono tantissime, spesso con più appeal di quelle che può offrire la Bergamasca oppure anche solo meglio pubblicizzate, la prima parte della ricerca si è basata sul monitoraggio e lo studio del territorio, per vedere cosa possiamo offrire al turista internazionale. L'obiettivo è creare uno sviluppo turistico «s-low», neologismo che coniuga la mobilità aerea low cost con la fruizione sostenibile del territorio. Una soluzione nata per adattarsi al momento di crisi economica, facendo passare lo sviluppo turistico dalla micro imprenditorialità. Insomma, in mancanza di grandi investimenti è necessario trovare un'alternativa cercando un modello di lancio del territorio diverso da quelli classici che, almeno per ora, non sembrano comunque aver funzionato troppo per invogliare i passeggeri che passano dall'aeroporto (più di 8 milioni nel 2013) a fermarsi. Lo studio propone un sistema socio-economico «figlio della crisi», basato sulla micro-imprenditorialità. Risorse che però è la raccomandazione vanno ora pubblicizzate, messe in rete. Lo studio le fa «emergere», diventando un punto di partenza per il lavoro. Per mettere in pratica questo concetto di turismo s-low, che ambisce a produrre reddito e occupazione partendo dai tesori agricoli (perfettamente in tema Expo) e locali, sono però fondamentali il coordinamento del territorio: dall'aeroporto e dalle compagnie aeree fino agli enti pubblici e privati. Certo è che dalla più importante compagnia aerea che fa base a Orio, indispensabile per mettere in pratica questi ambiziosi obiettivi, non sono ancora arrivati segnali: interpellata sull'argomento dall'università, Ryanair ha preferito fare da spettatore. Almeno per ora.