«Le colonnine del Fanzago sotto le macerie le recupero io» NAPOLI Se il centro storico partenopeo, il più vasto d'Europa (17 chilometri quadrati) è patrimonio dell'Unesco, iscritto nel 1995 nella lista dei beni dell'umanità da tutelare, è per la particolare conservazione e nell'uso odierno dell'antico tracciato viario greco come per le molteplici tracce di 27 secoli di storia che comprendono certamente un unicum, lo sfarzo del barocco nelle decorazioni e negli scaloni monumentali dei palazzi delle più importanti famiglie europee, fioriti durante il viceregno spagnolo. Tra i più belli palazzo Carafa di Maddaloni, in origine voluto dal marchese Cesare D'Avalos fra le vie Toledo e Monteoliveto, poi venduto al banchiere fiammingo Gaspare Roomer, quindi del Duca di Maddaloni Diomede di Carafa, committente del restauro ad opera di Cosimo Fanzago appena dopo le sommosse rivoluzionarie di Masaniello. Restauro concluso dai migliori artisti dell'epoca: Fedele Fischetti, ad esempio, firma i dipinti del Salone della Musica, quando già all'opera hanno preso parte, nell'androne, con affreschi Agostino Beltrano e alle decorazioni in parte andate perdute in un bombardamento dell'ultimo conflitto mondiale, il marmoraro Pietro Sanbarberio e, al portale, Micco Spadaro e Giacomo del Po. Durante la seconda guerra due esplosioni danneggiano l'ala su via Senise col cortile e quello che crolla viene ricostruito grossolanamente mentre le macerie, comprensive di elementi decorativi, vengono gettate nei sotterranei del palazzo. Negli anni Ottanta il terremoto fa nuovi danni e le prime macerie, che contengono reperti e frammenti delle preziose decorazioni, vengono coperte da nuove. Un privato ora vuole recuperare e riportare allo stato «originario» l'ala disastrata del prezioso condominio, intanto interessato dal 2011 da importanti lavori di recupero e già sede, nella parte recuperata, di avviate attività imprenditoriali. Si tratta del geologo Gianluca Minin, che ha già aperto al pubblico la "Galleria Borbonica" sotterranea tra Pizzofalcone e il Chiatamone. «Realizzando nel 2007 con la Ingeo Srl le verifiche statiche delle cavità sotterranee per conto del Commissariato per l'Emergenza Sottosuolo - racconta Minin - ebbi l'incarico di individuare eventuali cavità all'interno degli edifici tra piazza Carità e piazza VII Settembre, e ve ne sono eccome. Così incontrai diverse persone che vi avevano lavorato, tra cui l'ingegnere Antonio Pierro, tecnico appassionato oggi in pensione, che mi ha mostrato foto dell'82 quando, in compagnia di due collaboratori, ha trovato un pozzo in un terraneo di Palazzo Maddaloni e, utilizzando una robusta corda con nodi, si è inoltrato nelle cavità e cunicoli che conducevano all'acquedotto della Bolla, trovandovi reperti che si credevano perduti». In diversi pozzi, continua Minin «sono state sversate enormi quantità di detriti, sono le macerie del bombardamento della seconda guerra. Pierro racconta di aver trovato alla base di uno dei pozzi numerose colonnine in marmo che facevano parte delle decorazioni dell'ala danneggiata dalle esplosioni e ve n'è traccia sulle pareti. Abbiamo ritrovato quel pozzo all'interno di un locale adibito a garage, ma qualche anno prima è stato quasi completamente riempito di nuovi detriti di natura edile, quindi la discesa nel sottosuolo appare impossibile». Ma ecco l'idea. Minin offre al condominio del Palazzo Maddaloni e alla CoGeDi incaricata del restauro di occuparsi, con la sua associazione, Borbonica Sotterranea, di svuotare il pozzo «accollandosi totalmente i costi», dice. Anche perché il lungo lavoro di restauro di Palazzo Maddaloni è finanziato con fondi della 219 appena sufficienti per i consolidamenti e per recuperi strettamente connessi, quando scalone e colonnato presentano superfici decorate ancora oggi oscurate. Se una soluzione insomma c'è, è l'iniziativa privata (tramontato il "Progetto Sirena" che ha salvato numerosi palazzi sanfeliciani alla Stella e altrove non resta che questa). E per il recupero dei reperti abbattuti nella seconda guerra il supervisore del restauro, l'ingegnere Castelluccio, ha approvato l'accordo. Si attende insomma, ma già da diversi mesi, solo l'ok del Comune per avviare gli scavi coordinati dalla Soprintendenza.