Matteo Renzi ha uno strano rapporto con la cultura. Da una parte credo che davvero la ritenga uno degli strumenti chiave per il futuro di un Paese e di una società. Da un'altra, cinicamente e pragmaticamente, deve considerarla una brutta gatta da pelare. E forse la considera talora anche un possibile intralcio per strategie ed equilibri politici tesi a risolvere problemi veramente drammatici. Se un teatro o un museo funzionano male non è bello, però non è certo un dramma. Cosa non del tutto lontana dall realtà dei fatti. Tuttavia questa ambiguità nei confronti del «settore cultura» non fa capire bene se, a chi di cultura vive e dalla cultura qualcosa si aspetta per vivere meglio, nella rivoluzione renziana la cultura avrà un ruolo e un futuro. A Firenze da sindaco Renzi aveva inizialmente osato molto nominando come assessore alla cultura un outsider come Giuliano da Empoli, poi però partito lui prima si è preso la delega e poi ha affidato l'incarico a Sergio Givone, non certo un garibaldino culturale. Diventato segretario del Pd, Renzi ha rapidamente nominato tutti i responsabili di settore esclusa quello della cultura, del quale ancora una volta si è tenuto la delega. Il concetto di cultura è in effetti molto vago, così vago che tutti in un modo o in un altro sentono di poter dire la loro. Questa vaghezza certo Renzi non aiuta a chiarirla. Basterebbe credo definire la sostanziosa differenza fra «bene culturale», che esiste, va mantenuto e va reso fruibile nel migliore dei modi, e «cultura» che è l'utensile con il quale il bene culturale viene creato. I beni culturali in italia non hanno tanto bisogno di gente nuova per funzionare meglio ma di un ministero che consenta a chi già c'è di poter lavorare bene, meglio e con rapidità. L'Italia pero' ha necessità di un ministero che renda possibile una migliore produzione culturale e quindi il futuro bene culturale che farà parte del suo patrimonio. Per fare questo era meglio Alessandro Baricco, cui Renzi aveva chiesto la disponibilità, o Dario Franceschini, nuovo ministro dei beni culturali? La mia impressione, confermata dalla saggia rinuncia di Baricco, è che forse un politico, possibilmente intelligente e illuminato, possibilmente dotato di un coraggio e di una visione adeguata, sia alla fine dei conti migliore, seppur mediaticamente più debole, di un intelletuale di grido ma anche di uno che non grida. Per risolvere i problemi è necessario poter avere una certa distanza da essi. Distanza che un intellettuale non riesce ad avere dalla cultura essendo, a volte, lui stesso il problema. Un politico quindi per la cultura puo' fare parecchio a patto che non la consideri la tribuna d'onore di uno stadio con poltroncine su cui far sedere alleati politici rimasti in piedi, amici ai quali rendere favori, tromboni trombati. Quindi, visto che la speranza è diventata il gpl del nostro Paese, vogliamo tutti sperare che Franceschini «metta un tigre» nel motore della cultura italiana ridando velocità anche al nostro turismo, caduto così in basso anche perché culturalmente siamo scaduti da un pezzo.
Per la Cultura è meglio un politico
Matteo Renzi ha un rapporto complesso con la cultura, che considera uno strumento chiave per il futuro di un Paese e di una società, ma anche un possibile intralcio per strategie politiche. Ha nominato diversi assessori alla cultura, ma non ha mantenuto la delega. Il concetto di cultura è vago e Renzi non ha chiarito la sua definizione. I beni culturali in Italia non hanno bisogno di gente nuova, ma di un ministero che consenta a chi già c'è di lavorare bene. Renzi ha scelto Dario Franceschini come ministro dei beni culturali, che potrebbe risolvere i problemi con una certa distanza dalla cultura. Franceschini potrebbe ridare velocità al turismo e alla cultura italiana.
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Bene culturale
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