Un complesso monumentale funerario dalle caratteristiche uniche è stato scoperto a Concordia Sagittaria. Venne realizzato nel III secolo d.C., ciononostante si è conservato in ottimo stato. Il mantenimento è stato favorito anche dalle alluvioni che nel V secolo fecero sì che tutta l'area venisse ricoperta di sabbia e detriti. Questa grande massa che si è distribuita sopra il monumento lo ha riparato anche dai cavatori che nel XIX secolo depredarono il centro urbano. L'impianto è stato definito una «piccola Pompei alluvionale» dagli esperti. Lungo il tracciato dell'antica via Annia a Concordia Sagittaria, nel Veneziano, è stato trovato un sepolcreto unico in Italia, completo sia di sarcofagi che di basamento. Molto spesso, infatti, gli archeologi scavando riescono ad rinvenire solo i sarcofagi, senza la base. Per questo si tratta di un evento eccezionale per la località concordiese ma anche a livello nazionale. Il complesso monumentale è stato individuato al di fuori delle mura della colonia romana di Iulia Concordia. Si tratta di una necropoli privata utilizzata per seppellire i componenti di un'intera famiglia e che potrebbe essere stata commissionata, secondo i tecnici, da Titus Vettius, un alto funzionario imperiale della colonia di Iulia Concordia. Lo fa pensare uno dei frammenti di iscrizione scoperti durante le ricerche. Il ritrovamento di una necropoli a Concordia Sagittaria è avvenuto nel 2009 quando, durante una campagna di scavo per la verifica dell'antico tracciato di via Annia, i ricercatori hanno scoperto i resti di un primo complesso databile tra il I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C., rinvenendo poi alcuni reperti e blocchi appartenenti al III secolo d.C., ma la ricerca è stata interrotta a causa della mancanza di fondi. Gli scavi, ripresi lo scorso ottobre, sono terminati a gennaio. Due metri di altezza, sei metri e mezzo per 1,8 di base, tutto in pietra d'Istria, due sarcofagi gemelli in marmo proconnesio decorato posati al di sopra e appartenenti a illustri defunti. Trenta i blocchi che componevano il monumento, 27 quelli rinvenuti. Di uno dei sarcofagi erano rimasti solo alcuni resti, del secondo, oltre ai frammenti un coperchio decorato con elementi vegetali sugli acroteri e una testa di Medusa raffigurata in uno dei timpani. Gli archeologi hanno individuato altri due sarcofagi in pietra calcarea che potrebbero appartenere a qualche altro componente della famiglia. Proprio questi ultimi, aperti circa due mesi fa, furono riutilizzati nel IV secolo d.C. come semplici ossari. Uno di questi, in particolare, riporta l'iscrizione: «Il padre Publio Firmiteius Redentor al figlio dolcissimo che visse diciotto anni», probabilmente nel ricordo di un ragazzo che conobbe la morte quando era ancora troppo giovane. Nelle vicinanze è stato rinvenuto un altro sarcofago in pietra, questa volta privo di iscrizioni. Nel corso del V secolo d.C., il basamento del monumento principale venne smontato per recuperarne le parti metalliche che univano i blocchi. Anche per questi motivi, i due gemelli si frammentarono. Sotto il complesso funerario gli archeologi hanno rinvenuto alcuni resti funerari della prima fase della necropoli, che risale alla fine del I secolo a.C. Tra il II e III secolo d.C., l'area venne spianata per collocare una cinquantina di sepolture in fossa o in anfora. Tra queste, una in particolare apparteneva a una donna. Il coperchio in pietra calcarea, la fossa in laterizi e una coppa di vetro verdastro è quanto è stato ritrovato all'interno. La vasta produzione di sarcofagi che prese avvio a partire dal II secolo d.C. deriva dalla progressiva diffusione della pratica dell'inumazione, spiegano gli esperti: nel periodo antecedente, infatti, per i defunti veniva comunemente praticata la cremazione. Il progetto è stato elaborato dal dipartimento di cultura della regione Veneto, con il supporto della sezione difesa idrogeologica di Venezia, in sinergia con la soprintendenza per i beni archeologici del Veneto. La ricerca è stata realizzata nell'ambito di Shared Culture - Progetto strategico per la conoscenza e la fruibilità del patrimonio condiviso, e finanziata attraverso il programma per la cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013 per circa 100 mila euro.