Partiamo da un presupposto, e non facciamone un problema di nomi, cognomi, famiglie, qui non interessa. Facciamone invece una questione etica. Un camion bar piazzato davanti al Circo Massimo non è un «servizio alla città», come affermava ieri qualcuno. Così come non lo sono le tre-quattro postazioni collocate impunemente a Fontana di Trevi. O il mega-chiosco che ha soppiantato, nel cuore di piazza di Spagna, il meraviglioso banco di fiori attivo fino a pochissimi anni fa prima di essere trasformato in un bazar con tanto di tenda di plastica. Non è un servizio alla città l'infilata di banchi mobili lungo i Fori Imperiali o al Colosseo. Così come non è un servizio alla città la terrificante vendita di maschere pseudo-veneziane, ventaglietti, immagini di diversi papi et similia spuntata mesi fa in piazza del Popolo. E lo stesso vale per il Pantheon, per via della Conciliazione, non parliamo di piazza Navona. Tutti quei camion bar sono solo un servizio a pochi privati che ne ricavano utili, spesso praticando prezzi ben lontani da quelli conosciuti nei normali esercizi commerciali «fissi». E non c'è nemmeno da tirare in ballo una ridicola concezione della «storicità» delle postazioni che abbiamo appena elencato. Di storico c'è solo la battaglia civile di associazioni culturali, di intellettuali e scrittori, persino di amministratori combattuta nel nome del decoro di una mirabile città d'arte. Battaglia che puntualmente si scontrava con l'annosa, e anche ridicola, legge regionale «dell'equivalenza»: spostare una di quelle licenze obbligava l'amministrazione ad assicurarne una uguale ed «equivalente» sul piano della redditività economica. Ieri è stato compiuto un eccellente passo in avanti. E (una volta tanto dopo le numerose polemiche avviate dal Corriere della Sera) bisogna dare atto al presidente Nicola Zingaretti e al sindaco Ignazio Marino di aver messo nelle condizioni la macchina amministrativa di muoversi, di decidere, di agire. Nicola Zingaretti ha correttamente parlato di «rivoluzione» affidando al Campidoglio il potere di legiferare in questa materia. Era giusto, ed era tempo. Ora tutto passa nelle mani del Campidoglio che, da oggi in poi, è chiamato a tradurre lo slogan elettorale del sindaco Ignazio Marino («Cambiamo tutto») in fatti concreti. Non ci sono fondi da stanziare né energie economiche da impegnare. Solo la vecchia, cara, intramontata volontà politica. Il passaggio nell'aula di Giulio Cesare sarà impegnativo e pieno di pericoli. Ma si deve contare non solo sulla auspicabile compattezza della maggioranza ma anche sulla sensibilità e lungimiranza della migliore anima dell'opposizione per individuare provvedimenti non punitivi, certo, ma che restituiscano Roma alla sua dignità estetica di Capitale culturale liberandola dalla schiavitù di una piccola ma potente rete di interessi privati. Roma se lo merita. Ha aspettato fin troppo tempo.