«Il Valle? Deve tornare alla città, ai romani, a tutti. Se l'idea è davvero il bene comune, allora spetta alle istituzioni provvedere. Io non ho niente contro le occupazioni, ma se penso ai sessanta teatri che ci sono a Roma, al fatto che il prezzo medio dei biglietti è sceso a dieci euro, che sono tutte strutture che faticano per mantenersi in vita e nonostante ciò pagano le tasse; se penso ai teatri di cintura, che esistono e lavorano pur avendo intorno, spesso, il nulla... Ecco, non scherziamo: l'identità non è data dal luogo, come si ostinano a sostenere gli occupanti del Valle, ma dai contenuti. E allora io credo che quei contenuti possano anche essere portati in periferia, non c'è bisogno di utilizzare un teatro del Settecento nel cuore della città, con le bollette pagate da tutti i romani... Inoltre grazie allo sforzo della nuova dirigenza del Teatro di Roma si sta lavorando per aprire al più presto il teatro India, e quello sarà un luogo fortemente dedicato al contemporaneo, e così anche le motivazioni che possono aver animato la scena del Valle avranno un luogo deputato». Michela Di Biase ha 33 anni, è nel direttivo Eurispes e a capo della commissione Cultura di Roma: spesso però è finita sui giornali per la sua vita privata, il fidanzamento con il neo-ministro della Cultura Dario Franceschini; fa politica da più di dieci anni, ha cominciato in un quartiere popolare e non semplice come l'Alessandrino, sulla Casilina ma ben oltre il Pigneto, quasi un altro mondo, e là ha fatto per due volte il consigliere municipale, e il capogruppo del pd. È stata durissima nell'ultima riunione di maggioranza... «Ho detto come la penso rispetto agli impegni dell'amministrazione in periferia: è là che vanno convogliati gli sforzi maggiori, abbiamo aree archeologiche di pregio ovunque, è il momento di valorizzarle e capire che la cultura genera ricchezza, occupazione. C'è tanto da fare, nel complesso, a cominciare dalla riforma della governance delle istituzioni culturali salvaguardando i livelli occupazionali». Di Biase, scusi, torniamo al Valle . «Io non ho niente contro le occupazioni, ma per me hanno un senso se intervengono in zone degradate, se agiscono in uno stabile abbandonato e lo trasformano, lo restituiscono alla cittadinanza in una forma non più fatiscente, penso all'esperienza del Forte Prenestino, ad esempio. E non voglio negare neanche che, inizialmente, l'esperienza del Valle avesse dei presupposti anche condivisibili: se l'amministrazione comunale non lavora come dovrebbe, come fu ormai quasi tre anni fa, è giusto accendere un riflettore. Ma se poi ci si ostina a mantenere acceso il riflettore pure quando le istituzioni ti chiedono di dialogare allora forse il problema è un altro. Adesso, rispetto a tre anni fa, è cambiato tutto». Renzi ha ragione? «Renzi indica una strada, la fondazione, ma ce ne sono anche altre». È cambiato tutto? «Adesso c'è un'amministrazione che si impegna proprio per perseguire quegli ideali che gli occupanti difendono: ma spetta alle istituzioni occuparsi del bene comune, non a singole associazioni. Aver lanciato un segnale, all'epoca, è un merito, fare da pungolo a chi gestisce la cosa pubblica è scopo nobile: ma adesso non ci sono più le condizioni per rimanere lì, forse avrebbe più senso spostare l'esperienza in altre zone della città. Ripeto: il bene comune spetta alle istituzioni, a meno che non si voglia mettere in dubbio la democrazia». Il Campidoglio batterà un colpo? «Ho letto che l'assessore farà presto una proposta. La posizione del Pd è chiara: il Valle deve tornare alla città. E la soluzione è un bando, di livello, al quale gli occupanti possono partecipare in modo così da confrontarsi con le altre proposte. Come dovrebbe sempre accadere in democrazia». Per la cronaca: gli occupanti hanno già detto di no.