Con la barba folta da pacifista e comunista di quegli anni, il passo lento da intellettuale che lo accompagnava su e giù per le calli dal ghetto all'Istituto universitario d'architettura di Venezia (Iuav), lo storico dell'architettura Manfredo Tafuri aveva un'aura da profeta. E profeta, un po', lo fu per la storia e la critica dell'architettura del secondo Novecento fino al 23 febbraio di vent'anni fa, quando scomparve. Lo sapeva: il cuore Tafuri, che lunedì (ore 17) sarà ricordato allo Iauv con una lectio di Francesco Dal Co, era nato a Roma il 4 novembre del 1935. A Roma si era laureato con Ludovico Quaroni, era diventato docente andando nel '66 a Palermo; ma fu Venezia che, due anni dopo, gli conferì una cattedra e divenne la sua città. Venezia viveva allora un momento straordinario per la didattica architettonica. Come Leonardo Ricci (anche per lui sono vent'anni dalla morte e la Fondazione Targetti gli dedica un convegno a Villa la Sfacciata di Firenze martedì 25), Bruno Zevi aveva abbandonato l'insegnamento universitario e Tafuri seppe colmare il vuoto che aveva lasciato. Tafuri aveva già scritto libri importanti con Quaroni e avviato quel processo di revisione della «critica operativa» di Zevi che divenne il suo primo importante riconoscimento. Per Tafuri, la storia dell'architettura non seguiva uno schema teleologico di lingue diverse in sequenze lineari e la critica difficilmente poteva anticipare i risultati del progetto orientando la progettazione. Era rettore, allora, il «vecchio» Giuseppe Samonà e lo stava per diventare Carlo Scarpa che poiché diplomato Accademia d'Arte subiva l'ostracismo dell'ordine degli architetti (seguirono al rettorato Carlo Aymonino e Paolo Ceccarelli). A Venezia insegnava anche Vittorio Gregotti e poi, in quegli anni tafuriani, pure Aldo Rossi, Bernardo Secchi e un altro allievo di Quaroni, lo stesso Aymonino. Arrivarono con Tafuri anche Mario Manieri Elia e Giorgio Ciucci; e i frutti della loro didattica si videro subito con i primi celebri laureati di Tafuri: Marco De Michelis e Francesco Dal Co. Il quale, per molti anni, il giorno di morte di Tafuri organizzò le storiche «Lezioni Tafuri» alle quali parteciparono illustri protagonisti dell'architettura contemporanea. «Un ricordo? Una sera a Vicenza davanti alla Basilica palladiana racconta Dal Co eravamo con Jim Stirling che parlava solo la lingua che aveva imparato da piccolo a Glasgow. Manfredo parlava un inglese assai primitivo. Ma voleva spiegare a Jim come funziona l'angolo della Basilica. Cominciarono a disegnare su della carta e così prese avvio un dialogo divertente e istruttivo». Furono anni davvero «formidabili», un po' nel senso conferito ad essi da Mario Capanna ma anche per lo studio. Arrivò allo Iuav il giovane Massimo Cacciari nel dipartimento di Storia e dal '68 uscì «Contropiano», la rivista rivoluzionaria diretta da lui e da Asor Rosa sulla quale scriveva Toni Negri. Qui, a fianco di articoli operaisti e marxisti, si sviluppò quel dibattito sulla «critica dell'ideologia» che caratterizzò Tafuri. Si facevano, è vero, rigorose esaltazioni della città sovietica (con Asor Rosa) ma anche sul New Deal americano e si scopriva la figura di Terragni. Proprio attraverso Terragni si fecero stretti i rapporti tra Tafuri e Peter Eisenman. In «Opposition», Eisenman pubblicò saggi di Tafuri, Dal Co, Rossi e nacque un asse Venezia-New York, tanto che Tafuri, nel '77, stese un'introduzione al libro di Eisenman su Terragni (che uscirà solo nel 2003). Un asse, quello Usa-Venezia, che trovò suggello nella mostra in Biennale del '76 Europa-America , organizzata da Gregotti. Intanto uscivano e riuscivano i testi più celebri di Tafuri: Teorie e storia dell'architettura del 1968 e La sfera e il labirinto nel 1980. Nel '78 Tafuri svolse l'ultimo corso sull'architettura moderna: Loos e Wagner. Poi iniziò a confrontarsi sul Rinascimento con i mostri sacri della storia dell'arte: Saxl, Gombrich e Panofsky. Cercò di modificare quell'idea di Rinascimento come età dell'oro, tesi anche sviluppata da Eugenio Battisti in L'Antirinascimento . Nacquero così gli studi su Leon Battista Alberti, l'ultimo corso dedicato al Sacco di Roma e le riflessioni su Piranesi come padre nobile della messa in crisi del linguaggio vitruviano. Tafuri ha sempre cambiato molto le prospettive, anche politiche (fu riformista, comunista, «liberale») e restò fino all'ultimo un maestro del dubbio, con qualche idiosincrasia. La Biennale postmoderna di Paolo Portoghesi del 1980 fu da lui osteggiata. Dopo la sua morte gli studenti piantarono un noce nel giardino dello Iuav.