20 febbraio 2014 Forte preoccupazione da parte dei lavoratori dei Beni culturali per il futuro dell'intero comparto a seconda della scelta che verrà fatta per Ministero, «considerati i precedenti degli ultimi anni», scrivoono in una nota l'Associazione nazionale dei tecnici per la tutela dei beni culturali e ambientali, il Comitato per la bellezza e la Confederazione italiana archeologi. Il loro auspicio è «una scelta radicalmente diversa dal passato, più o meno recente, che ha visto al Collegio Romano figure che, seppur animate da grandi pretese riformiste, non sono riuscite ad attuare a serie politiche culturali e a difendere il MiBACT da tagli lineari che in un decennio hanno dimezzato le già inadeguate risorse destinate alla cultura, con pesantissime ricadute negative sulla tutela del territorio». I lavoratori dicono no a «ministri fortemente politicizzati impegnati su altri fronti e di fatto assenti o latitanti al Ministero e a ministri che, piuttosto che eliminare o accorpare inutili e costose direzioni generali e regionali, con la motivazione apparente di razionalizzare la spesa, si sono lanciati in una "riforma" del MiBACT che ha rischiato di aumentare il ruolo delle burocrazie centrali, dando l'impressione di rispondere più a logiche di spoil system che di semplificazione». A subire i contraccolpi di queste politche sono state, in primis, le Soprintendenze territoriali e gli organismi tecnico-scientifici. «Tutto ciò mentre si invoca come una delle salvezze dell'economia nazionale il turismo culturale - l'affondo - e i musei invece stentano a rimanere aperti per mancanza di custodi, i servizi museali in appalto vengono continuamente prorogati da quattro anni, il paesaggio continua ad essere saccheggiato dall'edilizia abusiva o comunque illegale anche per la scarsità disperante di quadri tecnici delle Soprintendenze, i piani paesaggistici MiBACT-Regioni giacciono per lo più irrealizzati, le aree archeologiche sono messe a rischio dalla scarsità di custodia e dalla mancanza di manutenzione ordinaria». E ancora, ad aggiungersi alla lista di inadempejze, per i lavoratori dei Beni culturali, quella relativa alle professionalità stesse, visto che, a loro avviso, sono rimaste del tutto «disattese le istanze di generazioni di professionisti segnate dalla precarietà e dal mancato riconoscimento delle aspettative di lavoro e di vita».