un restauratore conosce davvero dal di dentro i pregi e i difetti dei Beni Culturali, specialmente se è italiano o lavora in Italia e quindi si misura ogni giorno con i disastri e qualche eccellenza all'interno del nostro ampio patrimonio artistico. Così, Bruno Zanardi, uno specialista dalla lunga carriera (), si è cimentato in questo tentativo: raccontare l'enorme confusione e il sempre più grave ritardo culturale in questo campo e l'arretratezza in cui giacciono incolpevole la maggior parte dei più preparati professionisti di settore, colpevoli gabelle istituzionali, complicazioni e incompetenze ministeriali e politiche governative restauro, conservazione e tutela oggi nel nostro martoriato Paese. L'autore, nel suo Un patrimonio artistico senza (Skira, Milano, 2013) denuncia il basso livello generale dell'apparato formativo del settore, la sua sempiterna crisi che ha comportato e comporta, per esempio, restauri frettolosi, talvolta inutili, altre in ritardo cronico A ciò si aggiunge un disastro sotto gli occhi di tutti: cementificazione selvaggia e becero sfruttamento del territorio. condito aggiungiamo noi da insani condoni edilizi su condoni edilizi. Poi, per esempio, quando una chiesa crolla durante piogge torrenziali, dar la colpa al clima anomalo è sin troppo facile, come lo è tacere del degrado in cui essa era stata lasciata e della violenza fatta al paesaggio in cui essa era allocata Sembra impossibile quanto sia lontano un progetto anche minimo di- necessaria collaborazione - ormai imprescindibile, come giustamente predica da anni il geologo e divulgatore Mario Tozzi e come ci dimostrano le continue tragedie italiche stagionali tra Ministeri dei Beni Culturali, dell'Università e soprattutto dell'Ambiente, per tacer di quella con la ricerca scientifica dell'industria Insomma, lontanissimi i tempi di Brandi e Argan che sono stati ormai rottamati nei fatti e nei misfatti -, la tutela dei nostri Beni Culturali manca di un piano organico, globale e preventivo di tutto il Patrimonio artistico, come ricordava tuonando! anche Federico Zeri; siamo, invece, sin troppo pieni di tardive corse ai ripari per questa parte di sito archeologico, quel quadro, quelle mura mentre Pompei ed Ercolano, per esempio, crollano in attesa di un organica riqualificazione totale (anche dall'assalto di bancarelle e orribili negoziacci di souvenir e di pessimi ristoranti che l'accerchiano). Se mi si passa la metafora, insomma, si tamponano i problemi cercando il pelo nell'uovo ma si omettono politiche per tutto il gallinaio, anzi per l'aia intera Chiediamo direttamente all'autore se questo è vero o meno Più specificamente: sembra quasi che in Italia la tutela sia secondo la definizione di Massimo Severo Giannini "attività facoltativa" Andiamo con ordine e iniziamo dalla rottamazione Bruno, dettagliaci sui rottamati: Argan, Brandi, Zevi e Spadolini "Più precisamente, nel libro scrivo che Argan e Brandi negli anni '30 del Novecento svolgono un ruolo positivo nell'ambito della tutela: la promulgazione del corpo di leggi del 1939, legge 1089 in primis, e la fondazione nel 1941 dell'Istituto centrale del restauro. Meno sicuro sono invece della positività del ruolo svolto da Bruno Zevi, assente negli anni '30 dall'Italia per sfuggire alle leggi razziali, ma che nel 1945 torna e subito sostiene nel suo (anche) «Manifesto dell'Architettura Organica» che il nuovo costruito non dovrà avere rapporto alcuno con il «vecchio», soprattutto con l'architettura monumentale. Una posizione nata dal suo ben fondato odio per il fascismo, da lui esteso alla monumentalità dell'architettura di quegli anni. In quest'ultimo caso, però, odio non altrettanto ben fondato, perché guardando oggi come è andata per l'architettura in Italia negli ultimi settant'anni, avercene di Colossei quadrati e Città universitaria di Roma, come di architetti con la consapevolezza storica e la qualità progettuale di Marcello Piacentini o di Giuseppe Pagano." Quindi da rottamare sarebbero? "Gli epifenomeni. I professori universitari e i soprintendenti che ancora oggi fanno vangelo delle parole dette dai tre cinquanta, sessanta o settanta anni fa in un'Italia che non c'è più. L'Italia che ha pagato il rapidissimo passaggio da arcaico paese agricolo a economia industriale tra le più avanzate del mondo con il formarsi di una questione ambientale, il cui primo frutto maturo è l'alluvione di Firenze del 1966. Un disastro che ha coinvolto non più delle singole opere, ma l'insieme di patrimonio artistico e città, a dimostrazione definitiva che è dall'ambiente che vengono tutti danni conservativi del patrimonio artistico, ovviamente fatti salvi, e sono molti, quelli provocati dai restauri sbagliati" Infatti tu citi casi di restauri incredibili. Braccia tagliate con la fiamma ossidrica, endoscopie fatte fare da uno "spurgo fogne", soprintendenti che restaurano loro, fumando, gli affreschi, una signora che scrive a Salvatore Settis di ragazzi messi a lavare sculture romaniche con sostanze misteriose che le facevano diventare come di gesso, l'ennesimo e inutile restauro dei Bronzi di Riace, la squallida copia del Marco Aurelio e chi più ne ha più ne metta "Purtroppo questa è la realtà media di molti dei restauri italiani, anche perché affidati non per merito, ma per vittoria a gare al maggior ribasso cui sono ammesse a partecipare anche le imprese edili. Un vero e proprio disastro. Ciò detto va aggiunto che ci sono però anche molti bravissimi restauratori. Faccio un solo esempio, Eugénie Knight che, in barba a nome e cognome, è napoletana." Torniamo però agli epifenomeni di Argan e gli altri. "Il problema è che fanno ancora oggi vangelo di parole dette da persone che vivevano, appunto Argan c., in un'Italia intatta dal punto di vista socio-ambientale e con un'organizzazione dello Stato fortemente centralizzata, quella del re e del duce, e dove il nuovo costruito era una piccola percentuale dell'esistente, mentre oggi rappresenta i 45 del totale, con gli effetti su paesaggio urbano, agrario e naturale sotto gli occhi di tutti. Così da essere divenuti, in grazia a quel loro così grave ritardo culturale (ancora gli epifenomeni), un forte ostacolo per l'attuazione d'una qualsiasi razionale, efficiente e efficace politica di tutela. Professori e soprintendenti che, ormai con i capelli bianchi, ancora pateticamente si presentano come allievi di Argan o di Brandi o di Zevi, perché privi in proprio d'una qualsiasi idea di quale sia il senso della presenza del passato nel mondo d'oggi. Gli argano-brandiani e gli zeviani di professione. Quelli che, così facendo, negano in solido la profonda verità del cimento cui chiamava i suoi allievi della Normale il più grande filologo del Novecento, Giorgio Pasquali, dicendo loro: "I professori vanno mangiati in salsa piccante dai loro propri allievi".". Mentre Spadolini? "Spadolini è stato uno dei principali fabbri del disastro dei beni culturali, perché strutturalmente incapace di comprendere l'utilità d'una innovazione del settore, utilità non solo per la salvaguardia del nostro patrimonio storico e artistico, ma anche per l'attrazione d'interessi internazionali che quell'innovazione avrebbe recato all'Italia quando questa fosse divenuta automatico e insuperabile crocevia di tutti i paesi del mondo circa i problemi attinenti restauro, conservazione e tutela. In parte perché l'assai sopravvalutato uomo politico fiorentino aveva una percezione provinciale e men che dilettantesca del problema. Basti la sua imbarazzante (a dir poco) definizione dei beni culturali, peraltro da tutti in quegli anni servilmente citata come fosse il parto delle menti, insieme, di Talete e Pitagora: «I beni culturali sono un bus, quello giusto, per l'utopia». In altra parte, e soprattutto, perché egli intendeva fare di quel così speciale Ministero, non uno strumento per il bene del nostro patrimonio artistico e dell'Italia, bensì per il suo. Vedendolo come il grimaldello per potersi schiudere un'importante carriera istituzionale. Quella che avrà, contribuendo per la propria parte a costruire la disgraziata Italia d'oggi." Quindi Spadolini ha fondato un Ministero come? "Un Ministero sbagliato. Infatti un Ministero che non volevano grandi tecnici, come Pasquale Rotondi e Giovanni Urbani, allora direttore e vicedirettore dell'Icr, e che non volevano grandi giuristi, come Massimo Severo Gianni, padre del diritto amministrativo dell'Italia repubblicana. Tutti loro chiedendo che, al posto del Ministero, di cui, facili profeti, prevedevano un'involuzione burocratica, quel che è avvenuto producendo una completa ingovernabilità del sistema, venisse creata una "Agenzia dei beni culturali", come aveva anche chiesto la Commissione Franceschini sullo stato del patrimonio artistico italiano (1964-66). Dove il pregio dell'Agenzia, come scriverà anni dopo Giannini, era che le si sarebbe potuto affidare tutta un'attività di carattere non pubblicistico con cui farla agire. In tal modo si sarebbe ottenuta una struttura molto agile. Come un grandissimo ufficio per l'organizzazione e il controllo della tutela, che per l'azione avrebbe potuto utilizzare strumenti di diritto privato, cioè applicare il Codice civile. E questo sarebbe stato un grande vantaggio." Quindi ci stai suggerendo che il Mibac sia un Ministero sbagliato? "Proprio così. Un Ministero che trova epigrafe incancellabile nella definizione che ne diede nello stesso 1975 della sua istituzione uno dei grandi giuristi italiani d'oggi, e non solo, Sabino Cassese. All'incirca, cito a memoria: "Il neonato Mibac è una scatola vuota. Il provvedimento legislativo della sua costituzione non indica una politica nuova, non contiene una riforma della legislazione di tutela. Si riduce a un mero trasferimento degli uffici della vecchia Direzione generale antichità e belle arti (fino a quel momento, ma in seno al Ministero della pubblica istruzione, punto di riferimento delle politiche di tutela nel Paese) in nuovi uffici. E non si vede [ancora oggi, aggiungo io], perché uffici che non funzionavano nella vecchia sede dovrebbero funzionare in quella nuova". Un giudizio impietoso, ma di straordinaria pertinenza, che nell'implicito ribadire l'amministrazione di tutela ferma al 1939 di Argan, Brandi e Bottai, e al 1945 di Zevi, già diceva tutto (con una quarantina d'anni d'anticipo) sulle ragioni per le quali quel Ministero sia oggi in via di liquidazione." Vincoli, notifiche, furti e errori: illuminaci Prima hai detto che professori universitari e soprintendenti, perché ancora immersi nella cultura di tutela di Argan e Brandi del 1939, e di Zevi del 1945, sono un forte ostacolo per la tutela stessa. In che senso? "Facciamo un caso concreto. Prendiamo i vincoli, le notifiche, i divieti e tutte le altre limitazioni d'uso con cui si fa tutela oggi. Una lunga serie di azioni puntiformi in negativo con cui si perseguitano i privati proprietari, perché nelle leggi del 1939 il patrimonio in mano pubblica veniva dato per autotutelato forse nel nome (beati loro!) dello "Stato etico fascista". Azioni in negativo la cui inutilità è sotto gli occhi di tutti, visto che in nessun modo hanno fermata la dissennata cementificazione del Paese, così come pochissimo le esportazioni clandestine delle opere d'arte." Mi pare di capire che tu saresti, quindi, favorevole all'abolizione di vincoli e notifiche? "Assolutamente no. Vorrei anzi potenziare vincoli e notifiche. Quel che si può fare solo dando loro un senso opposto a quello di oggi. Non più azioni in negativo, come poteva essere nell'intatta Italia del 1939, che servono solo a mummificare la cosa notificata, facendola così uscire dagli interessi vitali dell'Italia e degli italiani. Ma azioni in positivo, quindi condivise, così da far entrare la tutela in quel "piano della società" dove davvero si decidono i destini di paesaggio e patrimonio artistico. Un risultato che si può ottenere facendo di vincoli e notifiche strumenti strategici d'un'unica e coerente e condivisa strategia di tutela del patrimonio artistico nel suo insieme. Un insieme che è somma di quanto è proprietà privata e di quello in proprietà pubblica." Secondo questo ragionamento, in particolare per tavole, tele, sculture, eccetera cosa si dovrebbe fare? "Smettere di praticare l'inutile sport di correre dietro ai ladri. Secondo te, si può nel 2013 pensare di combattere con dei vincoli l'uscita ogni giorno, per 365 giorni all'anno delle migliaia di Tir stipati di materiale di tutti i generi che le frontiere italiane varcano, per cercare quelli che portano clandestinamente reperti archeologicoio quadri? Oppure impedire agli yacht di sbarcare dove e quando vogliono il capolavoro sconosciuto, posto ancora ce ne sia qualcuno?!" Per sventare questi enormi pericoli, che sono quasi all'ordine del giorno in Italia, cosa dovrebbe fare, allora, lo Stato italiano? "Dovrebbe innanzitutto smettere di perseguitare i privati proprietari, ad esempio favorendo in ogni modo la defiscalizzazione di restauri acquisti e vendite, nella consapevolezza che le collezioni, nel breve o nel lungo periodo, tendono sempre a rientrare in proprietà pubblica. Pensiamo al ruolo del tutto positivo esercitato non solo dai privati proprietari, ma addirittura dagli antiquari per la salvezza di opere d'arte e monumenti importantissimi, così come per la promozione di studi storico artistici di grande valore. Si pensi a figure come quelle di Stefano Bardini e Alessandro Contini Bonacossi a Firenze, o a quella di Elia Volpi a Città di Castello." Dopo di ché? "Dopo di ché lo Stato italiano dovrebbe finalmente portarsi quale compratore corretto e puntuale di opere d'arte, investendo nell'impresa qualche milione di euro ogni anno. Come fanno gli altri paesi dell'Occidente, la Francia, ad esempio, che da sempre acquista sul mercato i dipinti, le sculture e quant'altro possa interessare ai suoi musei. Opinioni, quella appena dette, che sono state prima di Giovanni Urbani e di Federico Zeri, che mie." Posizione però rischiosa, questa. Zeri e Urbani non erano infatti i tecnici dei correnti Consigli superiori delle Antichità e Belle Arti o Beni Culturali che siano. A differenza dei primi, i nostri consiglieri spesso non sanno riconoscere il Monte Bianco da Monte Mario. Tanto che due o tre anni fa hanno fatto comperare allo Stato italiano per 3 milioni di euro un piccolo Crocefisso dicendolo di Michelangelo assai, assai chiacchierato, per usare un eufemismo: mi sbaglio? "Una mingherlina statuetta lignea seriale intagliata in una bottega fiorentina di fine Quattrocento. Un acquisto, prima che dilettantesco, ridicolo, perché con 3 milioni di euro una scultura vera di Michelangelo te la fanno sì e no vedere da lontano. Un danno d'immagine del Paese e un danno economico all'Erario che, chi lo avesse recato a un'industria privata, riceveva il giorno dopo una lettera di licenziamento in tronco e una richiesta di risarcimento. Mentre da noi nulla è successo. I soprintendenti sono ancora tutti lì e tutti nel Consiglio superiore. Con la vana indignazione di quel piccolo-grande eroe civile che è Tomaso Montanari, cioè chi questo scandalo ha denunciato." Denunciando anche, Tomaso Montanari, i furti di preziosissimi libri antichi in biblioteche pubbliche, quella dei Girolamini, a Napoli, ad esempio, commessi se non erro da un tale Massimo De Caro, Consigliere culturale di vari Ministri dei Beni Culturali, Galan, Ornaghi eccetera. Una vicenda (http:espresso.repubblica.itattualita20131024newssaccheggio-biblioteca-dei-girolamini-continua-la-caccia-ai-libri-rubati-1.138956) che ha messo l'Italia alla berlina in tutto il mondo "Né è la prima di queste vicende. Il Consiglio superiore, ad esempio, già negli anni '70 aveva fatto acquistare dallo Stato, tramite gli allora membri di quello stesso Consiglio Argan e Brandi, molto sollecitati dal loro collega Cesare Gnudi (almeno così mi raccontò lo stesso Brandi), una Madonna col bambino di metà Cinquecento, attribuendola addirittura a Raffaello: in realtà una mediocrissima tavoletta senese di metà Cinquecento, una crosticina. Con grasse risate di scherno di Federico Zeri. Le stesse risate fatte dal grande Federico quando Argan prese per capolavori della scultura i falsi Modigliani fatti per scherzo da due ragazzi di Livorno col Black Decker per poi buttarli in uno dei canali della città che in quel momento si stavano dragando dando retta alla leggenda locale di sculture gettate lì dallo stesso Modigliani prima di andare a Parigi. Perfino insistendo in televisione, sempre Argan, davanti ai rei confessi, e basiti buontemponi livornesi, che essi mentivano e che quelle ridicole faccette erano, invece, due autentici capolavori dell'artista italiano.". Urbani e Zeri risultano bene, nel tuo libro, come tuoi maestri il cui impegno civile e la cui dottrina scientifica si percepisce in molte pagine Ora però vorrei tornare ai vincoli. Dici di non volerli abolire, bensì potenziare. Per i dipinti, le sculture e il materiale archeologico il modo ce l'hai detto. Mentre per il patrimonio immobiliare come si fa? "Di nuovo operando in stretta sintonia con i proprietari privati, visto che inestricabile è in Italia rapporto tra beni privati e pubblici. Quel che è in particolare vero per i beni immobili, quindi chiese, palazzi o semplici edifici storici, dove la distinzione tra pubblico e privato diventa del tutto inessenziale quando finalmente ci si decidesse a far valere quei beni come traguardi o punti fissi per la messa a fuoco di qualsiasi disegno di pianificazione urbanistica, territoriale o paesistica, come dei criteri per le «valutazioni di impatto ambientale». Una cosa che sempre Urbani diceva." I centri storici nella gabbia dello storicismo "Sono perfettamente d'accordo. Penso al costante vedere in tutt'Italia palazzi, chiese, oratori e quant'altro edificio storico confinati dentro a delle rotonde stradali, oppure assediati da condomini, villette, crescent, piramidi e tutte le altre nefandezze fuori scala e proporzione rispetto al paesaggio urbano storico dell'architettura d'oggi. Il contorno di squallidi edifici speculativi da periferia del terzo mondo che umilia e soffoca la meravigliosa Villa dei Mostri di Bagheria, per fare un esempio a tutti noto." Non solo "Non solo, perché laddove la politica dei vincoli e delle notifiche è stata estesa a un contesto urbano ben delimitato, ovviamente penso ai centri storici, l'effetto di quei vincoli è stata la diminuzione di tre quarti degli abitanti e delle attività commerciali. In pratica una desertificazione. Avvenuta nella quarantina d'anni che separano l'oggi dal 1972, quando la materia urbanistica è passata alle Regioni e i centri storici sono divenuti oggetto dell'interesse di urbanisti, architetti restauratori, assessori regionali e sindaci i quali, non avendo la minima idea di come intervenire in quel problema, hanno tutti insieme pensato di risolverlo museificando i centri storici, con l'effetto appena detto. Una vicenda che ci riporta al ritardo culturale delle scuole di architettura e urbanistica, come alla troppo spesso inanità della politica a affrontare problemi tecnici e organizzativi, specie quando di natura culturale. Ma anche una vicenda che rimette in vista una volta di più le ragioni d'una celebre frase di Alexis de Tocqueville: «On ne s'attache qu'à ce qui est vivant».". Quindi, dando retta a Tocqueville, per salvare i centri storici bisogna farli tornare vivi: un tema e una proposta che è forte, nel tuo libro; dici che per ottenere quel risultato occorre rapidamente uscire dalla loro attuale museificazione, per renderli invece abitabili secondo gli standard di oggi. Bene: ma come? "Piegare distribuzione e dimensione delle case nei centri storici e dei loro appartamenti a quelle nuove esigenze abitative. Come sempre è storicamente avvenuto in quei particolari organismi viventi che sono le città. Nel caso, si tratta di prendere atto che in Italia lavorano anche architetti in grado di progettare entro i centri storici pur se da punti di vista tra loro molto distanti nuove architetture eleganti, intelligenti e civili, inoltre abitabili secondo gli standard d'oggi. Penso per tutti all'intervento di Renzo Piano al porto vecchio di Genova, ma anche alle architetture di Mario Botta, Franco Stella, Michele De Lucchi o Pier Carlo Bontempi, per fare solo alcuni nomi. Grandi architetti che dovranno fare da maestri ai giovani architetti, oggi in gran parte disoccupati perché troppi e molto spesso impreparati." Il libro Autore: Zanardi Bruno Descrizione: 15 x 21 cm, 168 pagine, brossura Collana: Skira Paperbacks Editore: Skira Argomento: Skira Paperbacks Lingua: Italiano Anno: 2013 Isbn: 8857219912 Info e altro: http:www.skira.netun-patrimonio-artistico-senza.html