La storia dell'arte è piena di cancellazioni, perdite, perfino distruzioni operate dagli stessi artisti. Michelangelo, nella Cappella Sistina, biaccò un'opera del Perugino per far posto al suo Giudizio Universale. Robert Rauschenberg giovanissimo chiese e ottenne dal più famoso Willem de Kooning un disegno da raschiare e poi esporre completamente bianco (conosciuto col titolo «Erased de Kooning Drawing»). La notizia che un artista di origini domenicane, Maximo Caminero, al Perez Art Museum di Miami in Florida, ha distrutto volontariamente un pezzo del cinese Ai Weiwei rischia di farci precipitare nel solito loop mediatico sul fanatismo e il vandalismo (cose peraltro da condannare). I cosiddetti «anartisti» durante il Novecento hanno però ripetutamente messo in discussione l'arte e il concetto stesso di valore di un'opera. L'arte contemporanea sempre più difficile da capire (e facile da fare) spesso ha generato divertenti equivoci. Alcuni imbianchini alla Biennale di Venezia del 1978, senza accorgersene, dipinsero a nuovo una porta che era un ready made di Duchamp; la settimana scorsa al Mar di Ravenna un solerte muratore ha stuccato un buco nel muro che, in realtà, faceva parte di una istallazione. Cose che succedono. D'altronde Ai Weiwei, sebbene oggi confinato dal regime cinese, aveva potuto godere della «libertà» di ricolorare alcuni vasi vecchi di circa 2.000 anni fa, risalenti alla Dinastia Han, e poi completare il tutto con tre foto che lo ritraevano mentre ne lasciava cadere a terra uno, rompendolo (chissà se in Italia si potrebbe ripetere l'operazione con i buccheri etruschi). Pare che Caminero si sia ispirato a quel gesto e nel ripetere il gesto dal vero volesse protestare contro l'esterofilia dei musei americani. Se così fosse, e se fosse certo che Caminero è davvero un artista «arrabbiato», la sua performance non farebbe che accrescere, paradossalmente, il valore dell'opera di Ai Weiwei che, a sua volta, aveva accresciuto il valore dei vasi Han. L'unico problema è che l'assicurazione dovrà coprire il danno, circa un milione di euro. E chi paga, i cocci sono i suoi. Angelo Crespi