Il suo nome è più volte risuonato (in modo assai trasversale e in molti governi passati) tra quelli dei possibili candidati al nostro ministero dei Beni e delle attività culturali. Eppure Emmanuele Francesco Maria Emanuele (uomo di finanza, avvocato, professore nonché poeta filantropo, poeta, presidente della Fondazione Roma, riformista «o se vuole socialdemocratico») non sembra aver mai voluto (o forse potuto, visto che assicura «non faccio parte di nessun partito») avere niente a che fare con la politica made in Italy. Ma soprattutto con un modo di gestire il nostro patrimonio in arte e cultura che definisce «scellerato». Sia che si tratti di Massimiliano Bray, ministro dell'appena dimesso governo Letta, e del suo decreto Valore Cultura («Non è servito assolutamente a niente») sia della strada che il futuro (possibile) premier Matteo Renzi vorrebbe seguire: «I primi punti fermi del suo programma di riforme riguardano fisco, lavoro, burocrazia. E la cultura? Ancora una volta rimane in secondo piano». E se con Renzi il professor Emanuele sembra avere almeno in comune l'avversione per la burocrazia (da lui definita la «natura morta pubblica, serbatoio di inefficienza e sprechi»), i nomi finora balenati tra i prossimi candidati alla poltrona dei Beni e delle attività culturali non lo soddisfano: «Un buon candidato? Franco Bernabè, perché viene dalla finanza ma conosce bene l'arte, la cultura e la loro gestione, visto che tra l'altro è anche presidente del Mart di Rovereto». In una delle camere reali di Palazzo Madama (tra pareti rosse, stucchi dorati e le allegorie dei fratelli Guidobono) il professor Emanuele ha tracciato ieri, davanti a un centinaio di persone, un panorama assai desolante del nostro patrimonio artistico-culturale. L'occasione è stata la presentazione del suo libro Arte e finanza (pubblicato nel 2012 da Edizioni Scientifiche), presentazione che lo ha visto affiancato, tra gli altri, da Patrizia Asproni (presidente Fondazione Torino Musei) e Luciano Violante (presidente Italiadecide e già presidente della Camera dei deputati, per Emanuele «l'unico politico in grado di parlare d'arte»). Un libro, quello di Emanuele, che cita grandi economisti come Max Weber, Adam Smith, Stuart Mill per dimostrare prima di tutto «che le istituzioni culturali sono imprese», ma che «la politica italiana è da sempre inadeguata» e che il solo modo «per far considerare importanti la cultura e l'arte anche dalla politica consisterebbe nello stabilire credenziali economiche». Insomma, farle diventare fonte di reddito, senza perdere valore. Il presidente della Fondazione Roma («abbiamo in programma quattro bellissime mostre su Warhol, il '700 inglese, Norman Rockwell, il Barocco Torinese») non ha usato mezzi termini per descrivere la situazione italiana in materia di arte e cultura, «che a volte verrebbe da pensare irrecuperabile»: tra i tanti snocciolati ieri a Torino, «il misero 0,1 del nostro Pil destinato ai beni culturali, meno persino di Grecia e Malta, ma anche i 600 milioni di euro dei fondi rimasti inutilizzati nelle casse della soprintendenze, strutture che non funzionano perché non hanno i tecnici per gestire quel poco che arriva dal governo». E, aggiunge Emanuele, «la crisi non aiuta e non aiuta la contrazione dei consumi che ha penalizzato i già scarsi consumi in cultura delle famiglie». Nella ricetta che Emanuele ha proposto c'è quella di non parlare più, almeno per l'Italia, di Pil ma di piuttosto di Pic, ovvero di Prodotto interno culturale. E di «non colpevolizzare il privato che investe, perché il found raising non è un male, quello che è importante è che arte e cultura siano gestite bene». Il Paese ideale per la gestione della cultura? «La Gran Bretagna con la Big Society del premier Cameron». Un altro dei segreti del professore? «Il museo non deve essere pensato come un deposito, non deve vivere soltanto con gli incassi della biglietteria, deve essere prima di tutto un'impresa». Ma per fare tutto questo, ribadisce, «la classe politica italiana deve muoversi subito».
Emanuele: l'arte è anche un'impresa e al posto del Pil mettiamoci il Pic
Il professor Emmanuele Francesco Maria Emanuele, un uomo di finanza, avvocato e poeta, ha presentato il suo libro "Arte e finanza" a Palazzo Madama. Nel libro, Emanuele critica la politica italiana per la gestione del patrimonio artistico-culturale, affermando che le istituzioni culturali sono imprese che devono essere gestite economicamente. Egli propone di utilizzare il Prodotto interno culturale (Pic) come metrica per valutare la gestione della cultura, anziché il Pil. Emanuele critica anche la burocrazia e la mancanza di investimenti nella cultura, affermando che la crisi economica ha penalizzato i consumi in cultura delle famiglie.
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Bene culturale
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