Si sperava di trovare una soluzione con la riorganizzazione del ministero. Invece l'ennesima riforma dei Beni culturali, fatta oggetto del fuoco incrociato di critiche, è ora più che mai appesa a un filo. E così l'annosa questione dei soldi non spesi dalle soprintendenze e dagli altri istituti di cultura resta lì, sintomo del male profondo di un dicastero spesso sotto i riflettori internazionali perché afflitto da inefficienze da troppa burocrazia, dalle carenze di personale tecnico e non sembri un paradosso dai continui tagli ai finanziamenti. Ed è proprio perché i bilanci sono sempre più risicati che saltano agli occhi i 406 milioni di euro che le soprintendenze non sono riuscite a spendere a fine 2013. Importo che a fine dello scorso mese si è assottigliato di 4 milioni di euro. Cifra a cui va aggiunta quella risultante dai bilanci delle strutture dotate di autonomia contabile i poli museali e altri istituti , che a fine dello scorso anno ammontava a 212 milioni (importo che a fine gennaio è sceso a 210 milioni). Insomma, oltre 600 milioni di euro ancora da spendere. I tecnicismi contabili impongono di fare una precisazione: non si tratta di risorse in cassa pronte per essere investite, ma di soldi già impegnati. Che però si trascinano di anno in anno per via, da una parte, della particolarità dei lavori che i Beni culturali mettono in campo (si pensi ai restauri) che richiedono tempistiche dilatate (e le imprese vengono saldate a cantiere chiuso), ma anche a causa delle lungaggini burocratiche a cui il ministero non è in grado di far fronte. L'insieme dei due elementi fa sì che da anni i bilanci delle soprintendenze chiudano con ingenti disponibilità finanziarie. Nell'anno appena passato i soldi "in cassa" rappresentavano il 60,5 delle entrate: nelle soprintendenze ordinarie ovvero quelle (e sono la stragrande maggioranza) prive di autonomia finanziaria a fronte di 671 milioni di risorse, le uscite sono state poco più di 260 milioni. Lasciando, appunto, più di 400 milioni da scrivere in blu nei bilanci. L'unica consolazione è che le disponibilità in questi anni si sono ridotte: agli inizi del Duemila avevano raggiunto il miliardo di euro. Dopodiché si sono, seppure in maniera altalenante, via via ridimensionate. Ma il dato non può essere letto solo come una recuperata efficienza dei Beni culturali. A voler essere generosi, si può chiamare in causa anche tale elemento. La verità, però, sta nella drastica riduzione dei soldi da spendere: negli ultimi cinque anni c'è stato un taglio del 60 delle risorse da dedicare alla tutela del patrimonio. Dunque, molti meno soldi in entrata e, di conseguenza, saldi di fine anno più contenuti. A conti fatti, pertanto, il problema dell'incapacità di spesa del ministero rimane tutto. Incapacità che va ribadito deve essere riferita a soldi già impegnati. «Alla base di tutto ci può essere il problema spiega Enzo Feliciani, segretario nazionale della Uil-Beni culturali di soprintendenze poco organizzate od organizzate male. Ma è, in particolare, alla carenza di personale tecnico che vanno imputati avanzi contabili milionari. Mancano alcune professionalità: quelle tecniche, in grado di recarsi nei cantieri per farli procedere speditamente, e soprattutto quelle amministrative, capaci di predisporre bandi di gara a prova di contenzioso e di seguire tutte le altri fasi che un appalto pubblico comporta». A lasciare in cassa molti denari sono soprattutto le soprintendenze regionali, con in cima quella dell'Abruzzo (dove ci sono da spendere anche i soldi per la ricostruzione post-terremoto), che ha chiuso il 2013 con una disponibilità di oltre 62 milioni, ovvero il 73 delle entrate. A ridosso dell'Abruzzo c'è la soprintendenza regionale del Lazio, che può contare su 58 milioni, cioè il 66 di quanto ricevuto l'anno scorso. Staccate dalle prime due, ma pur sempre con somme consistenti ancora da spendere, risultano la soprintendenza regionale della Campania e quella dell'Emilia Romagna, rispettivamente con 23 e quasi 22 milioni, ovvero l'84 e il 61 delle risorse incamerate nel 2013. Poco più sotto la soprintendenza regionale del Veneto, con 17 milioni di euro non spesi (il 65 delle entrate). Al top della classifica dei singoli istituti si colloca, invece, la soprintendenza per i beni paesaggistici di Firenze, che a fine anno aveva in cassa 8,4 milioni, ovvero il 72 delle entrate. Poco sotto, la soprintendenza per il paesaggio di Torino, con quasi 6,8 milioni (58 delle risorse ottenute) e di presso, con 5 milioni non spesi (il 70 delle entrate), la soprintendenza paesaggistica di Potenza. Se, invece, si mettono sotto la lente gli istituti dotati di autonomia contabile, l'80 delle disponibilità finanziarie è in capo a tre strutture: la soprintendenza archeologica di Roma, che a fine 2013 aveva iscritto in bilancio più di 99 milioni di avanzi, la sopritendenza di Napoli e Pompei (i cui confini sono stati di recente rivisti dalla legge Valore cultura) con 54 milioni ancora da spendere e il polo museale fiorentino, che si è ritrovato una dote di 25 milioni. C'è di che preoccuparsi. Soprattutto se si pensa che ci sono 105 milioni extra in gran parte provenienti dalla Ue da spendere per Pompei entro dicembre 2015. Non sono concessi appelli: in caso di ritardo, quei soldi si perdono. Per quanto sia stata creata una corsia preferenziale ancora, però, in via di realizzazione con questo quadro è difficile indulgere all'ottimismo.