Se a Londra qualche privato facoltoso, ente o fondazione affitta locali e saloni della National Gallery, o del cortile di Somerset House, o del British Museum o del Victoria Albert Museum per eventi, feste, sfilate e presentazioni a nessuno (lo racconta bene Caterina Soffici sul Fatto quotidiano ) viene in mente di protestare per questo utile incremento delle entrate di musei e istituzioni artistiche. Ovviamente nel rispetto delle regole, nel rispetto dei luoghi, nella salvaguardia dell'integrità di quel prezioso patrimonio e nella certezza che tutto venga restituito esattamente come prima, con sanzioni severissime in caso contrario. In Italia si mena scandalo se un evento analogo, e senza intaccare i suoi tesori artistici e le sue architetture, occupa l'ambiente della Galleria Borghese a Roma o se una serata di gala frutta centomila euro al Comune di Firenze che ha affittato per una sera Ponte Vecchio. Al Louvre succede regolarmente che i privati paghino in modo cospicuo per ottenere quella prestigiosa location come vetrina di una presentazione di un certo rilievo. Succede regolarmente e nessuno, nella patria del dirigismo statalista, protesta per la sacralità di un luogo intoccabile e profanato. L'Italia invece diventa il teatro di una grande e lamentosa protesta. A New York le donazioni private, fiscalmente incentivate come è giusto e utile, contribuiscono allo splendore di un'istituzione culturale imprescindibile come il Moma o all'afflusso di risorse preziose per la grande biblioteca sulla Fifth Avenue. Da noi un imprenditore come Diego Della Valle che voleva contribuire con venti milioni ai costosi lavori di restauro del Colosseo è stato bloccato per anni da un'infinità di passaggi burocratici e giudiziari capaci di sfiancare e demoralizzare anche il più determinato dei mecenati. In un Paese devastato dall'incuria, dall'abbandono di immensi beni artistici e culturali pubblici inetti e prigionieri di una sconfortante mentalità assistenzialista, il «privato» è lo spauracchio di chi non fa altro che implorare sovvenzioni statali sempre più esigue. Pensate quanti castelli, quante piccole chiese disseminate in tutta Italia, quanti conventi, monasteri, palazzi, monumenti diffusi in ogni parte d'Italia potrebbero essere salvati, custoditi, restaurati, curati da un mecenatismo borghese che oggi viene scioccamente liquidato come «privatizzazione» (e non è vero) ma che potrebbe dare nuova linfa comunitaria, meno affidata agli elefantiaci apparati dell'immobilità. Al nostro patrimonio culturale e artistico. Se davvero ci tenessimo a quel patrimonio non rifiuteremmo per fanatismo ideologico le risorse private. E potremmo confrontare il felice destino di Ercolano (aiutato dai privati), con quello avvilente di Pompei, affidata al «pubblico» disastro, alla «pubblica» incuria, al «pubblico» abbandono di funzionari senza anima e molte clientele. Per poi festeggiare il successo con una cena ben pagata alla Galleria Borghese. A favore della sua manutenzione. Magari.