Da 70 anni la convivenza impossibile fra le due strutture PROVATE a proporre ai romani di costruire una scuola sopra il Colosseo. O ai veronesi, di riempire l'arena con un cumulo di macerie Perché è questo quello che hanno fatto a Rimini con l'anfiteatro romano. Uno dei più grandi, per dimensioni, in Italia, eppure uno di quelli conservati in modo peggiore, a differenza degli altri grandi monumenti romani di Rimini, come l'Arco d'Augusto e il ponte di Tiberio. Coperto da terra, erbacce e dal Ceis, il centro educativo italo-svizzero, costruito lì nell'immediato Dopoguerra con fabbricati che dovevano essere solo temporanei. Invece, dopo quasi 70 anni il Ceis (fiore all'occhiello delle scuole riminesi) è ancora lì, e dell'anfiteatro si vede solo una minima parte di quello che è rimasto in piedi. Nonostante, negli anni, in tanti in città abbiano chiesto al Comune di Rimini di valorizzare l'antica arena di epoca romana, oggi 'soffocata' tra una delle strade di maggiore traffico della città, le case costruite intorno e la scuola. D'ALTRA parte, l'anfiteatro non ha mai avuto molta fortuna, neanche ai tempi di Ariminum. Eretto tra il 119 e il 138 d.C., ai tempi dell'imperatore Adriano, di forma ellittica e grandi dimensioni (misurava originariamente 118 metri per 88), in grado di ospitare fino a 14mila spettatori, già nel III secolo l'anfiteatro veniva inglobato nelle mura di fortificazione esterne, contro l'invasione dei barbari. Persa la sua funzione originaria, dell'anfiteatro si sono perse per secoli le tracce. Nel corso del Medioevo l'area fu usata come terreno dedicato a orti, e i documenti raccontano che nel 1600 vi fu ricavato persino un lazzaretto, collegato a un monastero. A riscoprire, letteralmente, l'anfiteatro, fu il celebre storico riminese Luigi Tonini, che nel 1843 diede inizio agli scavi saggiando una buona parte dell'area dell'arena. È stato proprio Tonini a disegnare la prima mappa dell'anfiteatro. Eppure, nonostante il rinvenimento, l'anfiteatro è rimasto lì, abbandonato a sé stesso, per oltre un secolo. SUBITO dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il Comune decise di utilizzarlo come deposito per le macerie del centro storico, massacrato dai bombardamenti. E nel 1946 il sindaco dell'epoca, Arturo Clari, autorizzò su una parte dell'area la costruzione del Ceis, fondato dall'educatrice Margherita Zoebeli. C'era bisogno di una scuola per gli orfani di guerra, nessuno fece obiezioni sulle sorti dell'anfiteatro. «La Soprintendenza ricorda Pierluigi Foschi, ex direttore dei musei di Rimini diede il via libera alla costruzione della scuola, a patto che i fabbricati fossero di facile rimozione...». Ma in Italia non c'è niente di più definitivo di quello che nasce precario. Il Ceis, in mancanza di alternative, da allora si è ampliato e quelle baracche di legno ora sono in muratura. Di riprendere gli scavi, nel frattempo, neanche a parlarne. Di spostare il Ceis idem, nonostante nel 2001 anche Jacopo Ortalli, dalla Soprintendenza, osservava: «Anfiteatro e scuola sono inconciliabili». Qualcosa è stato fatto, anche grazie alle battaglie del consigliere comunale Gioenzo Renzi: un percorso verde tra i resti dell'anfiteatro, negli anni '90. E dopo un lungo braccio di ferro è stato eliminato il distributore di benzina che occupava una parte dell'area. Il sindaco Andrea Gnassi e l'assessore alla Cultura Massimo Pulini hanno fatto della valorizzazione dell'anfiteatro uno dei futuri obiettivi, insieme alla ricostruzione del Teatro Galli e del cinema Fulgor di Fellini. Per ora solo parole, mentre nell'anfiteatro le erbacce continuano a crescere.