ROMA La riforma del ministero dei Beni culturali si sdoppia e frena di molto la propria corsa. Accolta da un coro di critiche (troppa burocrazia al centro, l'eliminazione della direzione archeologia, l'accorpamento di arte e architettura contemporanea con lo spettacolo), si riduce per ora al semplice taglio di alcuni posti dirigenziali, adempiendo agli obblighi imposti dalla spending review, e rimanda al percorso parlamentare, assai più lungo e più incerto, la riorganizzazione complessiva del ministero che tante opposizioni ha suscitato (ultima in ordine di tempo, il duro documento firmato da circa duecento archeologi delle soprintendenze). È lo stesso ministero, dove oggi sono attesi i sindacati, che annuncia il cambio di passo. Entro il 28 febbraio il ministero guidato da Massimo Bray indicherà quante poltrone eliminare. Ma la riforma vera e propria, la quasi totalità dei 35 articoli previsti, passa al vaglio delle commissioni Cultura di Camera e Senato. Il suo destino, a questo punto, diventa del tutto imprevedibile, anche perché incrocia l'eventuale crisi politica del governo Letta.
RIFORMA DEI BENI CULTURALI, BRAY FRENA
ROMA La riforma del ministero dei Beni culturali si sdoppia e frena di molto la propria corsa. Accolta da un coro di critiche (troppa burocrazia al centro, l'eliminazione della direzione archeologia, l'accorpamento di arte e architettura contemporanea con lo spettacolo), si riduce per ora al semplice taglio di alcuni posti dirigenziali, adempiendo agli obblighi imposti dalla spending review, e rimanda al percorso parlamentare, assai più lungo e più incerto, la riorganizzazione complessiva del ministero che tante opposizioni ha suscitato (ultima in ordine di tempo, il duro documento firmato da circa duecento archeologi delle soprintendenze). È lo stesso ministero, dove oggi sono attesi i sindacati, che annuncia il cambio di passo. Entro il 28 febbraio il ministero guidato da Massimo Bray indicherà quante poltrone eliminare. Ma la riforma vera e propria, la quasi totalità dei 35 articoli previsti, passa al vaglio delle commissioni Cultura di Camera e Senato. Il suo destino, a questo punto, diventa del tutto imprevedibile, anche perché incrocia l'eventuale crisi politica del governo Letta.
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