La Corte dei Conti ha fatto ricorso per il declassamento operato dalle agenzie di rating a danno del nostro Paese, perché non avrebbero considerato adeguatamente il valore del nostro patrimonio culturale. Perché è successo? Cosa si cela dietro a questi meccanismi? La notizia di questi giorni del ricorso sul declassamento dell'Italia avanzato dalla Corte dei Conti ha riacceso il dibattito sulle agenzie di rating, le società a cui è conferito il mandato di assegnare giudizi e valutazioni sulla solidità e la solvibilità delle società che emettono titoli sul mercato, così come sulle obbligazioni afferenti ai diversi Stati. I riflettori sono puntati sul 2011, l'anno che ha segnato la crisi dei debiti sovrani, e sul declassamento pesante subito dal nostro Paese insieme ad altre "periferie" dell'Eurozona in relazione al quale, secondo la Corte dei Conti, non è stato debitamente preso in considerazione l'ingente patrimonio artistico e culturale della nazione, importante motore per la crescita sociale ed economica. Le società di rating sono soggetti che nascono per affrontare e, in parte, compensare i problemi di asimmetria informativa che caratterizzano il mercato finanziario globale, forniscono informazioni utili all'investimento, con l'obiettivo di aumentare l'efficacia del mercato. Un ruolo molto delicato se si considera il potere che l'informazione è in grado di esercitare sulla fiducia degli investitori e sulle dinamiche finanziarie, sempre più destinate ad avere un ruolo demiurgico nell'economia contemporanea. StandardPoor's, Moody's e Fitch Ratings, oltre ad essere i tre maggiori player del settore, costituiscono forse il miglior caso di studio per comprendere le contraddizioni che si celano dietro al rating internazionale. L'attività viene infatti svolta da soggetti privati, esposti e influenzati dalle dinamiche dello stesso mercato che per natura devono valutare e, quindi, condizionare. Per farsi un'idea un po' più chiara del "conflitto di interessi" che si viene a creare, è necessario andare ad analizzare la composizione dell'azionariato delle società di rating e dei gruppi che le controllano. I grandi gruppi internazionali e i grandi fondi di investimento rientrano spesso, infatti, fra i soggetti che detengono partecipazioni di più di una delle tre suddette società, si pensi ad esempio a Capital World Investors, una delle maggiori società di gestione del risparmio degli Stati Uniti, che possiede una quota che si aggira sul 12 sia di Moody's che di McGraw- Hill proprietario di SP -, o al Fondo State Street Corporation, presente anch'esso fra gli azionisti di entrambe le società, o ancora al Fondo Balck Rock. Il che vuol dire che i grandi investitori del mercato finanziario sono al tempo stesso i soci delle agenzie che determinano il rating di titoli e obbligazioni. La domanda a questo punto sorge spontanea: è corretto che queste agenzie abbiano tutto questo potere nell'influenzare i mercati e le politiche nazionali quando fra i loro azionisti vi sono i grandi operatori del mercato finanziario? Non è la prima volta che ci s'interroga su questo punto, il conflitto di interessi descritto è noto da anni negli ambienti dell'economia e della finanza e porvi una soluzione non è affatto semplice. La stessa condizione si verrebbe a verificare, sotto diverse spoglie, se la funzione di rating venisse affidata ad agenzie governative. Il ruolo di valutatore resta, in ogni caso, troppo delicato. Dopo la Consob intervenuta nel 2011 oggi è la Corte dei Conti ad alzare la voce e chiamare in causa uno dei grandi protagonisti del rating, con una richiesta di danni per 234 miliardi di euro, che si appresta a segnare un record assoluto. SP sarebbe colpevole di non aver considerato nelle sue analisi il valore del nostro patrimonio artistico e culturale, una ricchezza che non è possibile ignorare nel momento in cui si valuta l'affidabilità creditizia del Paese: perché il patrimonio culturale è uno dei motori fondamentali per la crescita economica. Un'osservazione sicuramente corretta ma che non può che portare ad una domanda, l'Italia, dal canto suo, si rivela altrettanto consapevole del valore di questa inestimabile risorsa? E ancora, che peso riveste nell'analisi la qualità della gestione che viene esercitata sul patrimonio culturale? Una delle voci più interessanti fra quelle levatesi sul tema è quella del Ministro Massimo Bray, il quale parla di un doveroso esame di coscienza, che dovrebbe portarci a chiederci come mai il nostro patrimonio artistico e culturale sia stimato così al ribasso. Al di là di quelli che possono essere gli "interessi occulti" che si celano dietro alla svalutazione del nostro Paese e delle sue risorse, è quanto mai importante riflettere sull'efficacia della gestione del patrimonio culturale, gestione che comprende tanto la tutela quanto la valorizzazione. L'obiettivo è poter finalmente innescare la ripresa, rendendo effettive e concrete quelle scelte vincenti di cui il nostro il Paese ha così tanto bisogno. La partecipazione culturale della popolazione, la frequentazione di musei e aree archeologiche da parte degli italiani, la capacità della cultura di generare occupazione, la fiducia delle imprese nella scelta della cultura quale veicolo di sponsorizzazione, il consolidamento del legame fra il singolo e il patrimonio testimoniabile anche con scelte quali le erogazioni liberali alla cultura sono tutti fattori strettamente legati alla strategia di valorizzazione messa in campo, ovvero a quell'ingrediente che, se utilizzato con efficacia è in grado di innescare un sistema virtuoso nel management della cultura e del patrimonio. Di questo sistema virtuoso abbiamo un incredibile bisogno.
Perché le agenzie di rating sottovalutano la cultura italiana
La Corte dei Conti ha fatto ricorso per il declassamento del rating dell'Italia avanzato dalle agenzie di rating. Il declassamento è stato motivato dal fatto che le agenzie non hanno considerato adeguatamente il valore del patrimonio culturale italiano. Le agenzie di rating sono società private che forniscono informazioni utili all'investimento e aumentano l'efficacia del mercato finanziario. Tuttavia, i loro azionisti sono spesso i grandi operatori del mercato finanziario, il che crea un conflitto di interessi. La Corte dei Conti ha richiesto danni per 234 miliardi di euro a Standard Poor's, una delle agenzie di rating, per non aver considerato il valore del patrimonio culturale italiano.
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