E' solo una proposta, ma già la riforma del MiBACT, elaborata dalla commissione di esperti voluta da Bray, ha destato reazioni contrastanti. Per i lavoratori forte è la preoccupazione, soprattutto per i paventati tagli dell'organico. Ci spiega tutto Enzo Feliciani, Segretario Nazionale Responsabile UIL-B.A.C. 12 febbraio 2014 lavoratoriLa tanto chiacchierata proposta di riforma del MiBACT, partorita dalla Commissione di esperti assoldati dal ministro Massimo Bray, è finalmente stata resa nota, accompagnata da molteplici polemiche relative alla nuova organizzazione delle direzioni e ai tagli dell'organico. Abbiamo voluto parlarne con il Dottor Enzo Feliciani, Segretario Nazionale Responsabile UIL-B.A.C., che così ha risposto alle nostre domande sul tema, spiegandoci dal punto di vista del sindacato vantaggi e svantaggi delle riforma proposta per il dicastero e per i suoi dipendenti. Era necessaria a suo avviso una riforma del ministero? In tale caso, che tipo di cambiamenti sarebbe stato necessario apportare? Una riforma era certamente necessaria, ma non una motivata essenzialmente dalla necessità di tagliare i posti di organico (10 del personale e 20 dei dirigenti, cioè degli organi e istituti dirigenziali!) come questa, che prende le mosse dalla Spending review del 2012 e impone tagli deleteri che non possono certo migliorare l'efficienza del Ministero. Con l'occasione, si cerca anche di riorganizzare il Ministero come previsto sempre dalla Spending review, ma senza nuove risorse, nella situazione di tagli al bilancio ormai devastanti e della mancanza di turn-over del personale, non si può sperare di migliorare sensibilmente l'efficienza dell'apparato di tutela, che rimarrà in tante realtà del tutto inadeguato ai suoi compiti crescenti. Quindi, pur se sembrerà ovvio, c'è da dire che la vera riforma la cui componente essenziale è il rafforzamento e l'autonomia degli organi tecnici periferici e delle direzioni tecniche centrali di coordinamento generale di settore andrebbe fatta con un contestuale investimento di risorse e soprattutto di nuovo personale che dia corpo ad un rilancio dell'attività del ministero in varie direzioni: tutela, manutenzione ordinaria, valorizzazione, diffusione della conoscenza dei beni culturali, miglioramento dei servizi di fruizione e ampliamento degli orari e modalità di apertura al pubblico. Cosa ne pensa del ricorso fatto dal ministro Bray alla commissione di esperti? È stata una strada valida o sarebbe stato più opportuno coinvolgere anche sindacati e associazioni di categoria? In che modo? La commissione che ha studiato la riforma e ha chiuso i suoi lavori il 31 ottobre scorso era composta largamente da membri (professori e giuristi) estranei alla gestione della tutela, che non ne conoscono i complessi meccanismi ed esigenze di funzionamento e non vi erano incluse rappresentanze dei dirigenti del ministero, dei sindacati e delle associazioni dei beni culturali. Sono state bensì concesse audizioni ai sindacati e alle associazioni dei beni culturali, ma poi sono state accolte ben poche delle loro osservazioni e proposte. In realtà la commissione ha discusso e prodotto un documento molto generico sulle linee di riforma da seguire, già non condivisibile nella proposta di unficare tutti i settori tecnici (archeologia, architettura, ecc.) in un'unica mega-direzione generale del Patrimonio e di creare direzioni trasversali per 'funzione', che lasciava anche alcune opzioni al ministro, la principale delle quali era se in conseguenza mantenere o no il Segretariato generale, i cui compiti di 'coordinamento della tutela' avrebbero così assai minor ragione di essere (con una chiara propensione per il no). Il testo articolato che ha compiuto tutte le scelte decisive è stato poi elaborato dal Gabinetto del Ministro nel più assoluto segreto fino a giovedì scorso, quando è stato reso noto. In tutto questo il coinvolgimento di dirigenti, sindacati e associazioni è stato quindi assai limitato e indiretto. Come giudica la proposta di riforma nel suo insieme? Quali i punti da promuovere e quali da bocciare? Nel testo ora reso noto dello schema di riforma, accanto ad alcune misure positive, come il rafforzamento del settore archivistico, posto di fronte a enormi compiti di tutela della documentazione anche informatizzata delle pubbliche amministrazioni, e un primo passo ancora però insufficiente per restituire autonomia operativa alle soprintendenze, con numerose funzioni di tutela diretta di singoli beni, delle quali erano state trasferite alle direzioni regionali, si deve tuttavia registrare, per quanto riguarda gli organi centrali, uno stravolgimento dell'organicità e della specificità delle competenze di diversi uffici. Queste vengono accorpate, modificate e ricomposte in modo talora del tutto eterogeneo e irrazionale (la tutela dell'architettura contemporanea affidata alla direzione dello spettacolo; soppressa la direzione dell'archeologia nel momento in cui si lancia il 'Grande progetto Pompei, ecc.), secondo criteri non univoci e spesso più 'politici' che tecnico-amministrativi, con una proliferazione del numero delle strutture centrali trasversali e amministrative (da una a 4) a danno di quelle tecniche, che sono state invece ridotte. Si nota inoltre una scorretta attribuzione di competenze amministrative all'organo politico mediante un'impropria sovrapposizione di funzioni (l'Ufficio di pianificazione del Ministro, che diventa una specie di altro Segretariato generale che scavalca quello esistente), che rischia di moltiplicare le linee di comando e informazione centro-periferia e minaccia seriamente l'efficienza dell'azione amministrativa e di tutela del Ministero. Abbiamo fatto venerdì scorso delle proposte per correggere alcune di queste vistose incongruenze e speriamo di essere stavolta ascoltati dal Ministro. Quali le principali conseguenze che ne deriveranno per i lavoratori? A parte gli inopinati trasferimenti di uffici e personale da una direzione generale all'altra, che comportano anche trasferimenti fisici non sempre gradevoli, quello che temiamo di più è l'impatto della moltiplicazione degli organi centrali e delle catene di comando e informazione sul funzionamento degli istituti periferici. Ogni direttore di questi si vedrà ora arrivare sul tavolo ogni giorno circolari di 4 o 5 direzioni centrali 'trasversali', ognuna delle quali avrà competenze dirette su una parte dei suoi compiti (tutela, valorizzazione, informatizzazione, personale, sicurezza, ecc.) che magari non si sono messe preventivamente d'accordo fra loro e danno ordini contrastanti e interferenti gli uni con gli altri. Il dramma è poi che ciascun ufficio centrale pretende continuamente dati e informazioni su tutto, magari già forniti ad altri uffici o ad esso stesso, ma in forma leggermente diversa; insomma il rischio è che il personale venga coinvolto più in un incremento della burocrazia che non in un maggior impegno nella tutela del territorio. Che posizioni assumerà il vostro sindacato in merito? Si tornerà a protestare come gli scorsi giorni a Pompei? La conferenza dei dirigenti del ministero, di fronte al fatto compiuto, ha chiesto la sospensione dell'iter del provvedimento e un adeguato approfondimento di tutte le sue implicazioni e incongruenze con chi dovrebbe assicurare poi il funzionamento dell'amministrazione, ritenendo che il testo sia talmente inadeguato da non potersi proporre in questa fase alcuna modifica particolare. Noi, pur condividendo la critica alle inadeguatezze anche singolarmente gravi del testo, abbiamo invece scelto di fare delle esaurienti e puntuali proposte tecniche di correzione e integrazione su numerosi punti e aspetti della riforma, nell'intento di migliorare comunque l'impatto del testo sull'amministrazione, specialmente riguardo gli aspetti del rispetto delle competenze scientifiche e dell'autonomia operativa delle soprintendenze e degli organi tecnici, nonché della semplificazione e del corretto funzionamento dei rapporti fra le varie strutture centrali e periferiche. Nella riunione con i sindacati di venerdì scorso il capo di gabinetto Lipari ha dichiarato l'intenzione dell'amministrazione di considerare le osservazioni che gli abbiamo presentato e ci ha dato appuntamento a giovedì prossimo per una risposta; da questa dipenderà poi la linea di condotta che adotteremo. Come si pronuncia riguardo l'iter intrapreso per il riconoscimento delle professioni culturali? Esprimiamo senz'altro soddisfazione per l'approvazione alla Camera del progetto di legge Madia-Ghizzoni Orfini sulle professioni dei beni culturali, che rimedierà alla mancanza di riconoscimento di tutte queste categorie professionali finora solo i restauratori avevano avuto un sia pur faticoso e ancora non completato riconoscimento e costituirà anche un netto miglioramento della garanzia di competenza negli interventi sui beni culturali. Speriamo quindi che il Senato approvi presto il testo uscito dalla Camera per rendere definitivo il provvedimento. C'è però da dire che, oltre a queste misure legislative, per il riconoscimento e la promozione delle professioni dei beni culturali, andrebbero anche fatte altre azioni essenziali: anzitutto un raccordo con l'università per adeguare i curricula e i numeri dei laureati alle effettive esigenze della tutela e gestione di beni culturali (ora si propongono corsi che non avrebbero alcun esito professionale e si licenzia in quelli 'generalisti' un numero di studenti di gran lunga sproporzionato alle capacità di assorbimento del settore). Poi andrebbero incrementate le risorse per l'affidamento di lavori ad esperti esterni da parte degli istituti del Ministero, sempre più carenti di tecnici di ruolo. Infine andrebbero create strutture ulteriori si pensi ai cosiddetti 'percorsi' culturali e turistici in collaborazione con enti locali e privati per ampliare il settore complessivo della fruizione dei beni culturali di cui è ricco il nostro Paese.