Basterebbero le etimologie dei toponimi locali per capire la vocazione che tante aree edificate comprese nel delta del Tevere hanno nei confronti dell'allagamento: Stagni di Ostia, Bagnoletto, Saline, Palocco, e, più a nord, Palo e Palidoro, tutti legati alle grandi estensioni lagunari salmastre e palustri (palus in latino) che fino a un secolo e mezzo fa circondavano le foci del fiume e le coste del Lazio oggi comprese nella Riserva Naturale Statale del Litorale Romano. Alla fine dell' 800, il giurista ferrarese Luigi Borsari così descriveva questi paesaggi: «Si distendono vaste pianure interrotte da stagni e da acquitrini, nei quali si specchiano roveti e canne palustri. Sugli alberi si annidano stormi di corvi mentre sugli arenili stanno radi immoti aironi, trampolieri e altri uccelli assueti alle rive. Calmo e solenne trascorre il Tevere dalle acque torbide e giallastre». Era un territorio di proprietà delle grandi famiglie nobili romane che le adibivano al pascolo delle loro mandrie. Così il Borsari: «Paese deserto senza strade: malsicuro perché gremito di grosso e fiero bestiame allo stato brado». Solo le bonifiche iniziate nel 1883 e concluse grazie alla legge per la Bonifica Integrale del 1923 con il lavoro di migliaia di operai e braccianti provenienti inizialmente dalla Romagna, e poi dalle Marche e dall'Abruzzo, consentirono il prosciugamento e la colonizzazione delle antiche paludi malariche. E, nel secondo dopoguerra, col boom dell'edilizia, nacquero tanti nuovi insediamenti. Molti dei quali - come da decenni le associazioni ambientaliste, Italia Nostra e il Wwf in testa, denunciano - costruiti al di fuori di qualsiasi regolamentazione urbanistica o edilizia e prive di misure di prevenzione e di sicurezza nei confronti delle piene. Ricordo che anni fa, in una conversazione con il presidente Scalfari nella Tenuta presidenziale di Castelporziano, gli comunicai che nella zona dell'Infernetto, a poche centinaia di metri dalla sua residenza, l'80 per cento delle costruzioni era fuorilegge. La sua risposta, ironicamente amara, fu che allora si sarebbero dovute demolire quelle rispettose della legge. Il fatto è che, in presenza di sempre più inaspettati cambiamenti climatici che moltiplicano fenomeni parossistici come le famose «bombe d'acqua», capaci di scaricare in poche ore precipitazioni dagli effetti paragonabili a quelli degli sciacquoni dei water - qualsiasi misura preventiva appare oggi insufficiente e tardiva. Col senno del poi, si sarebbero dovute impedire costruzioni senza regole o difese in aree destinate all'espansione idrica, perché la famosa «memoria dell'acqua» è in realtà quella che la fa rioccupare ambienti e territori dai quali l'opera di drenaggio l'aveva scacciata. Vedi, per similitudine, a quanto è successo a Prima Porta, dove si è costruito decenni fa su terreni agricoli, lungo i fossi e in bassure naturali soggette a periodiche sommersioni, alle quali ancora oggi appare difficile opporsi.