Dal dopoguerra a questi anni la popolazione italiana è aumentata del 30 mentre il consumo di suolo del 166 per cento. Nel Lazio il territorio urbanizzato, una dozzina d'anni fa, ha sfiorato il 7,50 del totale. Dalla vigilia del Giubileo del 2000 ad oggi quella che Antonio Cederna chiamava sprezzantemente «la repellente cresta di cemento e asfalto» si è estesa a Roma di 38 milioni di metri quadri anche se il numero degli abitanti è rimasto più o meno lo stesso. Altro che «sprawl» urbano, solo l'immensa Los Angeles riesce a fare di peggio. L'altro giorno, in un convegno su questi temi, Alberto Asor Rosa, intellettuale di sinistra, ha tuonato: «Il consumo di suolo è il prodotto della speculazione edilizia e dei suoi interessi economici». Viene in mente, per contrappasso, La città mutante , il saggio di Roberto de Rubertis in cui si delinea un adattamento darwiniano dell'urbanesimo, soprattutto architettonico, alle esigenze di sopravvivenza delle popolazioni concentrate nei centri maggiori. Asor Rosa più che a processi naturali pensa alla politica che ha consentito il disordinato dilagare del costruito: «C'è un nesso organico tra le giunte comunali capitoline, anche di centrosinistra, e i poteri immobiliari romani». Ognuno ha il suo punto di vista, ma il fatto è che quando piove e il Tevere si gonfia una parte periferica della Capitale assomiglia a Venezia con l'«acqua alta» senza averne il malinconico fascino. Naturalmente chi ha l'acqua in casa e il fango alle ginocchia lancia il suo «piove, governo ladro» e ha ragione: le pubbliche amministrazioni, ai vari livelli, dovrebbero tutelare i cittadini da queste spiacevoli e talora drammatiche conseguenze metereologiche. Ma al tempo stesso gli alluvionati dimenticano le proprie responsabilità perché hanno in gran parte costruito o comprato loro stessi le case invase dall'acqua. Lo hanno fatto senza chiedersi se era lecito, se ci fosse una norma che vietava (inutilmente) l'edificazione proprio per evitare i disastri che vengono dal fiume e dal cielo. Una buona parte di Roma è stata edificata contro le regole e le sanatorie dell'abusivismo hanno sistemato le cose dal punto di vista giuridico ma hanno lasciato intatti i danni all'ecosistema. I nodi vengono al pettine e l'arroganza di chi ha tirato su il cemento dove ha voluto, in fossi e sponde di torrenti, presso rive e canali, in terreni da destinare a scolmatoi è periodicamente punita dalla natura. Il dissennato consumo di suolo viene tutto dalla speculazione dei boss dell'immobiliare o è una propensione diffusa? La crescita disordinata della città è stata in parte naturale, necessaria? Sono interrogativi senza una sicura risposta. Anche all'estero le alluvioni colpiscono l'abitato, ma non sono causate da semplici lunghe piogge. La verità è che nonostante i suoi Piani regolatori, Roma non è mai riuscita a governare il suo territorio e si nota anche quando c'è il sole. I romani in genere sono refrattari alle regole, soprattutto urbanistiche: si vede, tra l'altro, dal numero iperbolico dei condoni richiesti. Franco Purini teorizza che «le città sono individui portatori di un'intenzione»: qui qualcuna sarà anche buona, ma le altre sembrano tra le peggiori.
L'arroganza degli abusi
La popolazione italiana è aumentata del 30% dal dopoguerra, mentre il consumo di suolo è aumentato del 166%. Nel Lazio, il territorio urbanizzato è aumentato del 7,5% del totale. La città di Roma ha subito un consumo di suolo di 38 milioni di metri quadri, anche se il numero degli abitanti è rimasto lo stesso. L'altro giorno, Alberto Asor Rosa ha affermato che il consumo di suolo è il prodotto della speculazione edilizia e dei suoi interessi economici. Viene in mente il saggio di Roberto de Rubertis, "La città mutante", che descrive un adattamento darwiniano dell'urbanesimo alle esigenze di sopravvivenza delle popolazioni concentrate nei centri maggiori.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo