IL LIBRO Da due secoli è custodita nella Biblioteca dei frati Cappuccini di Palermo, nel convento delle celebri catacombe. E nel silenzio di quegli ambienti soffusi, tra gli scaffali pieni di volumi d'ogni epoca, quasi nessuno sa che esiste. In parte perché era tenuta sotto chiave da padre Mario Sciortino, l'anziano bibliotecario scomparso la scorsa settimana, che tutto conosceva di quel luogo senza tempo. Grande quanto una monetina da un centesimo, La lettera di Galileo Galilei a Madame Cristina di Lorena (1615), fu stampata dai fratelli Salmìn nel 1897 ed è, secondo l'enciclopedia Treccani, il libro più piccolo che sia mai stato realizzato con caratteri mobili. Misura 7 millimetri per 8. E si trova, chissà come, proprio nella Biblioteca dei frati Cappuccini. Antonio e Luigi Salmìn erano due tipografi-editori di Padova. Il motivo per cui divennero noti in tutta Italia, e non solo, lo si deve al fatto che idearono edizioni microscopiche di famosi volumi. Il primo esperimento su cui si cimentarono fu la pubblicazione del cosiddetto Dantino( la Divina Commedia), stampato nel 1878, per il quale impiegarono il carattere (corpo 2 su 3 punti) che era stato disegnato e inciso dal piacentino Antonio Farina, nel 1834. Quest'opera, dal formato di 33 per 45 millimetri, venne realizzata componendo il testo con caratteri mobili (496.000 caratteri in 500 pagine) ed ebbe una tiratura di mille esemplari. L'operaio compositore cui venne affidato tale difficile lavoro fu Giuseppe Gech. E all'Esposizione Universale di Parigi (1878) l'opera in miniatura venne ammirata come un capolavoro. «L'arte tipografica è riuscita a fornire il più piccolo libriccino che contiene il più grande poema ». Non tutti però condivisero lo stesso entusiasmo per quello che, sul piano tecnico, era considerato il simbolo di un'impresa impossibile. L'edizione del Dantino venne criticata perché «il margine era troppo largo». Fu allora che i fratelli Salmìn, con l'ausilio dell'esperto Gech realizzarono il Galilei, considerato sin da subito il libro più piccolo al mondo. Composto da 206 pagine per complessivi 24.102 caratteri, il micro volume reca sul frontespizio l'immagine del profilo di Galileo Galilei. Sull'ultima pagina Giuseppe Gech fece stampare una frase che dice «onde superare qualsiasi minuscola edizione». Fasciato in un astuccio, forse in ottone e a forma di libro, con un anello che lo rende simile a un pendaglio, fu presentato all'Esposizione generale italiana di Torino nel 1898. Da tutti venne considerato un gioiello dell'arte tipografica. Composto a mano attraverso l'ausilio di minuscoli caratteri mobili, il testo risultava leggibile a occhio nudo. I nano caratteri con cui fu realizzato il Galilei sono chiamati «occhio di mosca ». «Essi erano piccoli come spilli e sottili, che non fu possibile incidervi la tacca di contrassegno e grande fatica fu perciò la composizione ». La sfida per la creazione di caratteri microscopici per la stampa era iniziata nel 1830, quando il celebre incisore francese Firmin Didot creò dei caratteri da lui nominati microscopique. Senza successo tentarono l'impresa anche gli incisori inglesi. Ma fu l'italiano Antonio Farina a vincere la sfida progettando caratteri mobili di minuscoli dimensioni. Come il piccolo Galilei sia riuscito ad arrivare nella Biblioteca dei frati Cappuccini di Palermo non è dato saperlo. Neppure padre Mario è mai stato in grado di dare una risposta. Così, persa la memoria di quell'acquisizione o di quella donazione, in chissà quale recesso del tempo, resta a noi oggi l'oggettiva esistenza di un reperto preziosissimo, dal valore inestimabile. Basti pensare che in tutta Italia se ne conoscono solo quattro copie conservate una presso la Biblioteca Civica di Pordenone, una nella Biblioteca Civica "Angelo Mai" di Bergamo, una nella Biblioteca Malatestiana di Cesena, una, infine, alla Biblioteca Civica "Berio" di Genova. In tutti questi anni si è sempre ignorata l'esistenza di una quinta copia presente a Palermo. Ma le ricchezze che l'antica Libraria dei Frati Cappuccini custodisce sono tante. A partire dal numero di volumi conservati, cinquantamila libri tra cui alcuni antichissimi, 24 edizioni del XV secolo, circa 1300 risalenti al XVI secolo, un'operetta, Vaticinia sive Prophetiae abbatis Ioachimi, stampata a Venezia nel 1600. E ancora, quattro volumi in folio del 1737, considerati il primo testo di botanica con illustrazioni a colori, 1.025 grandi tavole, di cui parecchie dipinte a mano. Voyage pittoresque à Naples et en Sicile, volume stampato a Parigi nel 1829, ricco di finissime incisioni. Ma altro importante e curioso reperto è uno schedario composto da 25 cassettini numerati, realizzato da Nino Basile, storico del-l'arte, autore del libro Palermo felicissima. Attraverso un lungo lavoro di ricerca Basile registrò, a partire dal 1937, tutti i monumenti, le chiese, le piazze, le statue, gli obelischi, le strade, i vicoli, i personaggi di Palermo. A lui, si deve l'individuazione, in base a descrizioni di antichi documenti, dei resti della facciata della Cuba Soprana, nel corso di un restauro a Villa Napoli, e i resti della chiesa normanna di Santa Maria della Speranza. Seguendo poi padre Andrea Barbera, nel cammino di scoperta all'interno della Biblioteca dei frati Cappuccini, troviamo anche due voluminosi movimenti di orologio da edificio risalenti uno al XVIII secolo, l'altro al XIX secolo, ed infine una rarissima ora meccanica. «Non è facile spiega padre Andrea riuscire a gestire la Biblioteca e tutto ciò che in essa è custodito. Molte opere librarie rischiano di andare perdute, la catalogazione non è del tutto completa o risulta effettuata con criteri non più validi, ciò aumenta le possibilità di smarrimento dei libri o peggio di furto. Uno dei problemi più urgenti è lo "spolvero" dei volumi e il loro restauro. Servirebbero ambienti adatti, temperature idonee, per garantire l'integrità delle opere più antiche, che invece vanno sbriciolandosi ». E così, padre Andrea, mostra un libro pieno di parassiti della carta, che va sfarinandosi sotto le sue dita. Ma chi può salvare questo piccolo e unico patrimonio, se la Regione o la Soprintendenza, non intervengono neppure per risolvere i problemi, identici, che affliggono la Biblioteca regionale?