Tornerà il sereno? Forse sì, se ci limitiamo alle condizioni atmosferiche, fatte salve le non poche ferite sullle quali un nubifragio ha gettato tonnellate di sale. Se invece la meteorologia si offre come metafora abbiamo poco da stare allegri. La percezione è una nebbia densa e viscosa, con qualche squarcio salutare: più colpi di reni per rispondere all'emergenza che non frutto di una strategia. Si naviga a vista, si fa poco per impedire che la nave sia smantellata dagli elementi, si urlano comandi sapendo che nessuno li ascolta o è in grado di eseguirli. Non è certo una scelta strategica (e forse neanche una scelta) avere rinunciato al Teatro Palladium come snodo produttivo, come fulcro di connessioni creative, come polo sociale e culturale in un quartiere vivace. Perché rilanciare uno spazio della cultura che già procede dinamico e acuto? Perché farne un'aula e un laboratorio per formare maestranze teatrali cui certo l'ennesimo pezzo di carta non basterà per accedere al mercato del lavoro, e al tempo stesso far perdere il lavoro a quelli che già erano attivi? Perché attribuire al rilancio la capacità di mirare a quello che già il Palladium faceva, efficacemente e senza imbrodarsi in slogan obsoleti? Roma è un grande patchwork, va bene. La cosa potrebbe essere un elemento di forza, se solo il suo governo incoraggiasse un dialogo sinergico tra le tante anime che ne rappresentano l'arte e la cultura. E magari elaborasse una precisa strategia capace di combinare in modo pertinente il passato e il futuro, il patrimonio e lo spettacolo, la comunità metropolitana e i visitatori esterni, le intuizioni progettuali e il valore sociale della cultura. Di ciò non si vede alcuna traccia. Il Palladium era un magnifico esempio di spazio culturale permeabile rispetto al proprio territorio e ad una mappa sociale complessa e fertile. Ospitava spettacoli di caratura internazionale e al tempo stesso produzioni indipendenti espresse dall'humus romano. Era aperto materialmente e simbolicamente. Torna un luogo isolato e chiuso alla città. Non dialoga più con il proprio territorio. Non rappresenta più i fermenti teatrali romani e internazionali. Segue la sorte di altri spazi e altre istituzioni culturali romane che la nebbia sta facendo dissolvere senza che si riesca a vedere alcuna prospettiva credibile.